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LEONARDO CASTELLANI
Nuove donazioni a Faenza
26 novembre 2016 - 26 febbraio 2017

 
Mostra 

LEONARDO CASTELLANI
Nuove donazioni a Faenza
26 Novembre 2016 - 26 febbraio 2017

Pagina iniziale

Introduzione
di Claudio Casadio

Le opere di Castellani al Museo Internazionale delle Ceramiche in Faenza
di Claudia Casali

Biografia di Leonardo Castellani

Bibliografia e mostre di Leonardo Castellani

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La luce nei segni di Castellani
di Pietro Lenzini

Nel grande e variegato panorama che la grafica del Novecento ha rappresentato e nella sperimentazione finalizzata il più delle volte, ad un mero tecnicismo e dalla continua ricerca degli effetti, l’acquaforte pura del segno impresso dalla morsura, è stata spesso associata ad una prassi tradizionale ripresa dei modelli dei grandi maestri del passato; si è svilito, pertanto, il suo vero specifico di invenzione e traduzione emozionale che solo l’acquaforte, rispetto alle altre tecniche incisorie, riesce a manifestare.
Leonardo Castellani fa parte, insieme a pochi altri incisori italiani del Novecento, di questa eletta schiera di protagonisti dell’acquaforte che solo dagli anni venti del secolo, comincia a riacquistare valore e interesse con la ripresa di un vigoroso esercizio del segno: Morandi, Bartolini, Viviani e Castellani ne rappresentano gli interpreti non episodici, ma spesso alternando questa pratica e intrecciandola con l’attività pittorica. Castellani ha una personalità multiforme ereditata dalla tradizione fabbrile della cultura faentina; pratica la ceramica, la pittura, l’incisione e ha perfino una spiccata vena poetico-letteraria. Inizia ad incidere alla fine degli anni venti del Novecento e l’acquaforte, sarà in seguito, una sua specifica prerogativa. Nelle sue prime prove risalenti al 1930/36, i rimandi sono alla grande tradizione grafica in cui il segno raffinatissimo e molto fitto di incroci, traduce effetti pittorici d’intensa vibrazione, creando immagini bloccate nella fissità e nella sospensione temporale. Sono immagini di marionette galanti del Settecento o nature morte, dalla complessa composizione con volatili imbalsamati, oggetti e strumenti dell’incisore che trasmettono, nella staticità di una natura inanimata, l’asettica dimensione di un laboratorio di scienze naturali, o meglio di una raccolta museale.
In quella sorta di spazio segreto vi è pur sempre quell’umbratile modulazione della luce che ammorbidisce, quasi accarezza le morte cose, distribuite nell’atelier dell’artista. Tra le penombre delicate e ovattate si avverte il frutto di una lunga meditazione sulla grafica dei maestri antichi, soprattutto di Rembrandt, come aveva fatto lo stesso Morandi già negli anni Venti.
Impegnato sul tema della natura morta con oggetti anche vitrei dalle sottili trasparenze o mazzi di fiori secchi trascritti con vivido pittoricismo nell’inanimato sembiante naturale, l’artista è poi conquistato dal paesaggio urbinate di cui declina il variare di forme, di vegetazione, di luoghi cogliendone i trapassi luministici e temporali. Nei primi saggi degli anni Quaranta sino al Sessanta del secolo, la resa paesaggistica mantiene ancora una forte valenza naturalistica con descrittiva resa della veduta particolareggiata e con contrasti netti fra i piani, soprattutto i primi, anche se la luce sembra penetrare, attraverso ampie specchiature come in alcune terse vedute di Urbino.
Nel procedere degli anni la pratica calcografica, assunta come esclusivo linguaggio dell’artista, procede con l’affinamento di una trama segnica sempre più depurata, certi effettismi cedono ad una rigorosa semplificazione e rarefazione, il bianco della carta trasmette, attraverso zone prive di segno, il diffuso distendersi della luce meridiana.
Castellani trova qui una sua inconfondibile e personale espressione che è anche insita nello stesso processo creativo dell’acquaforte che, come puntualmente sottolineava Baudelaire è un’arte che per nella semplicità e severità che le sono proprie è in grado di esprimere il carattere dell’autore: «un’arte profonda e pericolosa piena d’insidie e che rivela i difetti di uno spirito tanto chiaramente quanto le sue qualità; e poichè ogni arte è complicatissima sotto la sua apparente semplicità, è necessaria una grande abnegazione per arrivare alla perfezione». Mi sembra che questo concetto si possa applicare anche a Castellani e ad ogni altro operatore della calcografia come lo stesso Morandi; pur nella diversa ottica con cui guardano il reale, i due artisti sono vicini, sia per quella rigorosa disciplina del segno e della morsura, che per la lunga e magistrale maturazione espressiva. Nei fogli stampati dopo la metà degli anni Sessanta, il segno trova una inconfondibile cifra con segmenti paralleli e distanziati, abbandonati gli incroci fittissimi dei primi fogli, la sintesi grafica, attraverso ripetute morsure, sottolinea delle trame velate quasi trasparenti; i valori luministici vengono esaltati nel brulicante addentrarsi delle ombre e delle masse arboree che sottolineano una scalare e nitidissima successione dei piani. Più che di atmosfera, direi, c’è il dilatarsi della luce che permea lo spazio. Il dolce paesaggio urbinate nei profili delle colline e delle quinte di vegetazione, avvolto dalla luce rimanda ad una meridianità pierfrancescana. Castellani ha meditato senz’altro su quei valori di spazio-luce perseguendo una continua depurazione del segno sempre più segmentato, quasi stenografato, ma vi sono anche tangenze con l’opera grafia di Morandi, in suoi alcuni fogli degli inizi degli anni Trenta, il maestro bolognese riduce il tratteggio parallelo senza incroci, usufruendo dell’azione delle morsure.
La prolungata attività incisoria di Castellani che si affianca al magistero dell’insegnamento presso la Scuola del Libro a Urbino, lo impegna fino agli ultimi anni di vita. Consapevole dell’affinità dell’esercizio calcografico con la letteratura, ambito nel quale ha pure operato, stabilisce rapporti di amicizia e collaborazione con poeti e letterati, fondando anche una rivista “Valbona” nel 1957; le frequentazioni con personalità quali Marinetti, Cardarelli, Pound, Carlo Bo, ha impresso nel suo lavoro quel carattere colto ed una personalissima dimensione espressiva che è il prodotto di una spogliazione del superfluo per fare esaltare la luce, filtrata dai tratti incisi: una trama complessa e semplice al tempo stesso e per questo per quell’intellettuale processo creativo che precede l’operazione tecnica, l’acquaforte è così prossima all’espressione letteraria.