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La presenza domenicana
a Faenza è molto antica. Nonostante sia stata definitivamente smentita
la leggenda secondo cui sarebbe stato san Domenico in persona a fondare
il convento faentino, sono alcuni suoi diretti discepoli provenienti da
Bologna, guidati da un certo fra Benedetto, a costituire il primo nucleo
della nuova comunità.
Nel 1223 Alberto, vescovo di Faenza, dona a fra Benedetto la chiesa di
san Vitale, “positam in suburbio portae Ymolensis”.
In città ci sono già alcuni ordini monastici, come camaldolesi,
vallombrosiani e agostiniani.
Il primo ordine mendicante ad insediarsi a Faenza è comunque quello
domenicano. Francescani e serviti arriveranno alcuni anni dopo.
Presto la comunità cresce e san Vitale risulta troppo piccola,
anche perché le prediche dei domenicani attirano numerosi fedeli
da tutta la città.
Nel 1231 il Comune dona ai frati un’estesa area (18 mila mq) nel
sobborgo della Ganga, “pro ecclesia et domibus faciendis et hortis”.
Altro terreno è donato dai monaci di S. Maria foris portam.
La nuova chiesa, in stile gotico, è consacrata nel 1265, e dedicata
a sant’Andrea Apostolo.
Presto nel convento è istituito uno studium per l’insegnamento
delle discipline umanistiche e della filosofia. È pertanto dal
1260 che il convento di Faenza attira numerosi studenti, che completeranno
il loro iter di studi a Bologna.
Nei secoli successivi la ricchezza del convento cresce moltissimo, grazie
a lasciti e donazioni; tra i più cospicui, quelli dei Manfredi,
signori della città. Tra le ragioni di questa fortuna, c’è
la presenza nella chiesa dal ‘400 dell’immagine della Madonna
delle Grazie e, dal 1567, del Tribunale della Santa Inquisizione.
A partire dal sec. XVII la potenza del convento di sant’Andrea in
Vineis aumenta enormemente, sia per lo sviluppo dello studium, non più
solo filosofico, ma anche teologico, che attira studenti da città
lontane, sia per la crescente devozione dei faentini alla Madonna delle
Grazie, in seguito ai miracoli legati alla peste del 1629.
Nel 1761, il bolognese Francesco Tadolini ristruttura la chiesa nelle
algide forme classiciste che oggi vediamo, facendo piazza pulita delle
sedimentazioni rinascimentali e barocche, e cancellando le tracce dell’edificio
gotico. Il convento è soppresso, sotto l’amministrazione
della Repubblica Cisalpina, nel 1797 e parzialmente demolito, prima di
essere adibito a caserma. L’importante biblioteca è dispersa,
così come molte delle opere d’arte che il complesso custodisce.
Con la restaurazione, si ricostituisce una comunità di frati, cui
è gradualmente affidata la parrocchia (con il titolo di sant’Abramo).
I domenicani restano a Faenza, con alterne fortune e piccole interruzioni,
fino al 2008, quando, dopo secoli di attività, rinunciano alla
proprietà della chiesa e della parrocchia annessa, che è
ora passata nelle mani della curia.
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