Le frecce spezzate.
Seicento anni di devozione della Madonna delle Grazie di Faenza.
26 novembre 2011 - 13 maggio 2012

 

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Le frecce spezzate.
600 anni di devozione della Madonna delle Grazie di Faenza.
Novembre2011-Maggio 2012

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Opere in mostra:
- Dipinti e Residenze
- Targhe e stampe
- Varie

Schede di opere in mostra

Il catalogo della mostra

 

 

 

 

 

LA MADONNA DELLE GRAZIE DI FAENZA
a cura dell'Arciconfraternita della Beata Vergine delle Grazie
pubblicazione a cura di Mons. Roberto Brumato
edizione stampata da Tipografia Faentina, maggio 2000

ORIGINE DEL CULTO E I PRIMI SECOLI

II culto della Madonna delle Grazie ebbe origine il 12 maggio 1420 nella chiesa di S. Andrea in Vineis (S. Domenico). In quel giorno, che era domenica, fu consacrato un altare in onore Sanctae Mariae de Gratis (1) con una cerimonia molto solenne. Consacrò l'altare l'arcivescovo di Smirne Francesco da Montegranello, minorita, che concesse 80 giorni di indulgenza a chi avesse visitato l'altare nel giorno anniversario della consacrazione. Era presente il Card. Gabriele Condulmier (2) legato di Martino V nella Marca Anconitana e nella Romagna: concesse un anno e quaranta giorni di indulgenza. Erano pure presenti i vescovi di Faenza Silvestre della Casa, di Forli Giovanni della Strada, di Cagli Giovanni Buono e di Sarsina Piero da Gubbio domenicano: concessero ciascuno 40 giorni di indulgenza (3). L'immagine a cui l'altare era dedicato era stata dipinta otto anni prima (1412) in muro sub pontile (4) come ex voto al termine della peste che in quell'anno aveva afflitto Faenza e la Romagna. L'autore si era ispirato ad un tema allora di moda: la Beata Vergine in atto di proteggere i fedeli raccolti sotto il suo manto.La Vergine cosi rappresentata era comunemente chiamata Mado nna della Misericordia, ed aveva quasi sempre questa particolarità: contro il suo manto si spezzavano le frecce dell'ira divina. Ma il nostro pittore, per dare alla nuova immagine una caratteristica propria, mise nelle mani stesse della Vergine le frecce spezzate (5). Non sappiamo se vi fosse ai piedi della Madonna qualche orante; più tardi la Madonna delle Grazie fu rappresentata quasi sempre in ambiente faentino, con l'antico ponte romano dalle due torri e con una pia matrona in preghiera. Certo è che l'immagine di S. Domenico, con quelle frecce spezzate in mano diede origine alla leggenda della Gloriosa Vergine et Sancta Maria delle Grazie. Questa leggenda è molto antica, infatti è riportata nella Cronica Conventus Sancii Andreae de Faventia che Francesco Lanzoni ha studiato col suo metodo critico ineccepibile e dice che fu composta nel convento dei domenicani intorno allo scorcio del secolo XV.

LA LEGGENDA DELLA MADONNA DELLE GRAZIE

L'autore pone il suo racconto in un momento storico ben preciso. Ne diamo un riassunto: - E l'anno 1412: l'Italia, la Romagna e Faenza sono colpite dalla peste. La desolazione regna dovunque; le chiese sono affollate mentre i sacerdoti e i religiosi invitano alla preghiera. I domenicani in S. Andrea in Vineis raccomandano non solo opere di espiazione, ma anche preghiere insistenti alla Madre di Dio, rifugio dei peccatori.Un giorno una signora di nome Giovanna si presenta al Padre superiore Fra Michele e racconta di aver visto la Vergine Santissima che mostrandole in ogni mano tre frecce spezzate le ha detto: come queste frecce, sarà spezzata la collera divina se il Vescovo indirà un digiuno universale e per tre giorni una processione di penitenza. Il Padre la crede un'esaltata, ma alla sua insistenza la conduce dal Vescovo il quale le crede e impone il digiuno e le tre processioni. Passati i tre giorni, secondo le promesse della Vergine, la peste cessa e in segno di riconoscenza è fatta dipingere l'immagine della Madonna come si era mostrata alla pia persona cioè ritta in piedi, con le braccia aperte in forma di croce e le frecce spezzate nelle mani. Questa leggenda, che era già sulla bocca di tutti circa settanta anni dopo la consacrazione dell'altare, ha ispirato i ceramisti faentini che l'hanno ritratta in mille e mille tavolette sparse ovunque nella Diocesi di Faenza e fuori dei suoi confini. Il nuovo altare fu presto meta di pellegrinaggi e i devoti in segno di riconoscenza lasciavano tavolette ex voto con su dipinti gli episodi delle grazie ricevute. Purtroppo queste piccole opere d'arte artigiana sono andate perdute, ma i cronisti ce ne hanno descritte alcune che poi furono riprodotte in vari modi. Quattro di questi miracoli sono ricordati anche nella Cronica Conventus etc. Nella campagna ravennate una donna porta con sé, nel campo dove lavora, un suo bambino e lo depone in una cesta sulla riva di un fossato. Un lupo lo rapisce e fugge, ma alle preghiere della madre rivolte alla Madonna delle Grazie il lupo ritorna e ripone il piccolo nella cesta. In tempo di guerra, mentre tutti cercano rifugio nella collina di Faenza, ad una fanciulla in fuga si spezza l'asse sotto i piedi mentre attraversa un precipizio, ma la Madonna delle Grazie la sorregge con la sua mano e la giovinetta resta illesa. Silvano, un faentino incarcerato benché innocente, prega la Madonna delle Grazie e può facilmente rompere la inferriata della cella ove è chiuso, fugge ed è riconosciuta la sua innocenza. Una donna nelle doglie di un parto laborioso invoca la Madonna delle Grazie e in poco tempo lei e il neonato sono fuori pericolo. Oltre questi quattro, altri miracoli sono citati dagli storici della Madonna delle Grazie come quello dei marinai scampati ad una furiosa burrasca nell'Adriatico o quello della donna addirittura risorta da morte.

LA LEGGENDA DEL 1531

Fino a questo punto abbiamo due date di inequivocabile attendibilità: nel 1412 fu dipinta l'Immagine; nel 1420 il 12 maggio, seconda domenica, fu consacrato il primo altare e da quell'anno a Faenza, sempre nella seconda domenica di maggio, è stata celebrata la Festa della Madonna delle Grazie come si celebra ancora. Il 1500 fu un secolo di grandi calamità: la peste con una periodicità da calendario andava affliggendo la nostra terra. Il Manzoni dice(6) (la peste) già molto prima di quell'epoca, (1600) era solita, e lo fu per molto tempo dopo, a comparire quelle due, quattro, sei, otto volte per secolo, ora in questo, ora in quel paese d'Europa, prendendone talvolta una gran parte, o anche scorrendola tutta, per lungo e per largo. Non è diffìcile immaginare (dice Francesco Lanzoni) come in tali distrette si pensasse di collocare nella cappella delle Grazie una tavoletta con la leggenda(7). Questa tavoletta fu ricopiata da fra Pietro Maria Zannoni da Faenza sacristano maggiore di S. Domenico, il quale dice che era stata scritta in carta pecora posta sopra di un ossa incorniciata con l'effigie della Madonna per mano del venerabile Padre frate Vincenzo de Faventia il quale l'aveva retracta et rescritta da un libro antiquo il 10 marzo dell'anno 1531. Il libro antiquo dal quale il Padre Vincenzo da Faenza l'aveva tratta poteva essere la Cronica Conventus etc. o qualche altro scritto precedente. Apprendiamo dagli studi del Lanzoni, che alla fine del 1400 la Leggenda era scritta e conosciuta, non è dunque un'esagerazione il chiamarla molto antica. Qui possiamo ancora aggiungere che il culto alla Madonna delle Grazie, nato con tanta solennità, divenne di giorno in giorno sempre più popolare a Faenza e nella diocesi. Cinquantasette anni dopo la consacrazione dell'altare, i domenicani di Faenza ottennero dal loro Maestro generale di potere celebrare nella seconda domenica di maggio l'Ufficio e la Messa della Madonna (21 luglio 1477). Cosi per i domenicani di Faenza quella domenica divenne la festa liturgica della Madonna delle Grazie(8).

L’ ANNO DELLA GRANDE PESTE
L’ INCORONAZIONE DELLA MADONNA
E L’ OFFERTA DELLE CHIAVI DELLA CITTÀ

La peste fece sentire tutta la sua tragicità, specialmente nell'Italia settentrionale, nella prima metà del secolo decimosettimo. I primi sintoni della grande peste si ebbero in Lombardia negli ultimi mesi del 1629 e, al dir del Mazoni, portò via un milion di persone, a dir poco... tra la Lombardia, il Veneziano, il Piemonte, la Toscana e una parte della Romagna(9) Queste parole una parte della Romagna hanno un sapore chiaramente faentino. Infatti quella peste non entrò in Faenza, ma si fermò a pochi chilometri sul Senio.
Da noi era stato mandato come Commissario Pontifìcio contro il dilagare della peste Mons. Gaspare Mattei il quale per la verità, non stette con le mani in mano, ma con una severità (maxima diligentia dicono i cronisti) che toccò i limiti della crudeltà, condannava alla forca chi in qualunque modo si mettesse in contatto con quelli che abitavano oltre il Senio: non parlava che di impiccare, sono parole dei contemporanei, e girava sempre accompagnato dal boia coi capestri pronti. Non c'è altro da dire, la cosa è provata storicamente, la peste non entrò in Faenza. Gli accorgimenti umani non furono pochi, ma il Vescovo di Faenza il Card. Francesco Cennini (1623 - 1643), da vero e grande pastore di anime, non aveva trascurato la parte spirituale convinto che la intransigenza del Commissario Mattei poteva molto, ma non tutto, perciò aveva invitato incessantemente i fedeli alla preghiera coadiuvato da tutti i sacerdoti e i religiosi. In S. Andrea in Vineis per ben due anni e mezzo vi fu la esposizione quotidiana del Sacramento con un affollarsi continuo di fedeli davanti all'immagine della Madonna delle Grazie, continuamente scoperta alla venerazione dei fedeli, cosa straordinaria per quei tempi. Anzi nel 1630 proprio nei mesi quando più infuriava la peste nell'Italia settentrionale il Magistrato chiese a più riprese al Cardinale-vescovo Cennini di indire un pubblico pellegrinaggio alla Madonna delle Grazie. Il Cardinale finalmente acconsenti e il 15 giugno di quel tragico 1630 si fece questa grande manifestazione di fede con un incredibile concorso di popolo(10). Bisogna pur ripeterlo: la peste non passò il Senio. La cosa impressionò il vescovo e il Commissario pontifìcio che d'accordo coi Domenicani decisero d'incoronare l'immagine della Vergine delle Grazie in segno di riconoscenza. Nella seconda Domenica di maggio del 1631, festa annuale, fu avvertito il popolo faentino e nella Domenica seguente, 18 maggio, con grande solennità fu compiuta questa devota cerimonia alla presenza del Vescovo Cardinale Cennini, di Mons. Gaspare Mattei, del Magistrato, del Consiglio di Faenza e di tutti i rappresentanti delle arti. Incoronò la venerata Immagine l'inquisitore generale della Romagna, Tommaso Novarri da Tabia. Poi i signori Pubblici Rappresentanti offrirono le chiavi della città alla Vergine come a Patrona e Protettrice. In quella occasione il Magistrato decise anche di essere presente all'annuale festa della seconda domenica di maggio ogni anno, in perpetuo. Nel seguente anno 1632, il 27 dicembre, spento ormai ovunque ogni pericolo di peste, vi fu un nuovo solenne pellegrinaggio a S. Andrea in Vineis ove si cantò una Messa di ringraziamento all'altare della Madonna delle Grazie: il Magistrato offri una lampada d'argento mentre la società dei mercanti ne offri altre sei più piccole(11).

LA MADONNA DELLE GRAZIE INVOCATA IN CASI DI TERREMOTO

Prima della fine di questo secolo abbiamo il primo ricordo storico del ricorso alla Madonna delle Grazie per il flagello del terremoto. Nella cronaca di Nicolo Tosetti(12) leggiamo questa notizia: Addi 11 aprile 1688 tirò uno spaventosissimo terremoto qui in Romagna: era la Domenica delle Palme ciò nonostante il Collegio dei Parroci decise il pellegrinaggio delle sette chiese per il giorno 15, Giovedì Santo, e fra le sette chiese vi era anche S. Domenico ove veneravasi la Madonna delle Grazie. Passate le solennità di Pasqua, giacché il terremoto non dava tregua, il vescovo Card. Negroni indisse un solenne pellegrinaggio alla Madonna delle Grazie in S. Domenico per il giorno 29 aprile. Erano presenti il Capitolo e il Collegio dei Parroci: all'altare della Vergine, ove l'immagine era scoperta, fu cantata Messa da un Canonico.

DIFFUSIONE DEL CULTO IN TUTTA LA DIOCESI DI FAENZA

I fatti del 1631 e del 1688 contribuirono al diffondersi del culto alla Madonna delle Grazie per tutta la Diocesi di Faenza. La prima città della Diocesi che ne accolse il culto fu Brisighella ove ben presto fu invocata come protettrice di tutta la valle del Lamone (val d'Amone). Cosi dal 1631, per i timori continui della peste e dal 1688, per il ripetersi delle scosse telluriche, la Madonna delle Grazie fu invocata come unico rifugio contro tali pericoli, da ogni parte della diocesi. Vogliamo qui ricordare e rendere il dovuto omaggio ai famosi ceramisti di Faenza perché per loro merito il culto si diffuse rapidamente in tutta la diocesi e anche fuori dei suoi confini. Quelle frecce spezzate nelle mani della Vergine, la devota in preghiera, il panorama faentino così suggestivo con il ponte delle torri ai piedi della collina in fiore, erano motivi più che sufficienti per invogliare anche i principianti e i poveri artigiani a tentare di realizzarsi in questo tema. I pochi esemplari datati, sono di questi anni. La diffusione del culto alla Madonna delle Grazie in tutta la diocesi di Faenza, che ogni giorno più si consolidava, indusse il vescovo Card. Giulio Piazza a chiedere alla Congregazione dei Riti di poter estendere a tutta la diocesi di Faenza l'ufficio e la Messa della Madonna delle Grazie già concesso ai Domenicani di S. Andrea in Vineis. Il permesso fu concesso con decreto del 25 aprile 1722. Da quell'anno in tutta la diocesi di Faenza nella seconda Domenica di maggio si celebrò liturgicamente la festa della Madonna delle Grazie.

LA MADONNA DELLE GRAZIE IN POLONIA

Mentre il culto della Madonna delle Grazie si estendeva in tutta la diocesi faentina un nostro sacerdote ne diffondeva la devozione anche in Polonia e precisamente a Varsavia. Questo sacerdote era il Padre Giacinto Orselli di Brisighella. Nato circa l'anno 1607, il 1 novembre 1633 indossava l'abito degli Scolopi a Roma, forse per le mani dello stesso S. Giuseppe Calasanzio: era entrato nella congregazione già sacerdote: poco più di un anno dopo (6 gennaio 1635) fece la professione religiosa. Negli anni della grande peste (1629 - 31) era o seminarista a Faenza o giovane sacerdote a Brisighella e con molta probabilità assistette in S. Andrea in Vineis all'incoronazione della Madonna delle Grazie il 18 maggio 1631. Giacinto Orselli nel 1642 fu inviato da S. Giuseppe Calasanzio a Varsavia alle dipendenze del Padre Onofrio Conti provinciale della Germania, e aprì la prima casa degli Scolopi presso la chiesa dei Ss. Primo e Feliciano, ne fu il primo superiore e vi rimase dieci anni. Nel 1651 in Varsavia scoppio una violenta pestilenza e l'Orselli, memore degli avvenimenti di Faenza di venti anni prima, mise immediatamente la sua casa religiosa sub tutela B.M. V. de gratiis e introdusse il culto alla nostra Madonna delle Grazie. Ricevuta un'immagine da Faenza o, come e più probabile, fatta dipingere a Varsavia un'immagine simile a quella che lui stesso aveva venerato a Faenza in S. Andrea in Vineis, la mise in venerazione con grande solennità nella sua Chiesa dei Santi Primo e Feliciano: il 24 marzo 1651 il Nunzio Apostolico Giovanni de Torres incoronò l'Immagine e ne consacrò l'altare alla presenza dello stesso re di Polonia Giovanni Casinaro(13).

LA TRASLAZIONE IN CATTEDRALE

II 13 maggio 1759 si celebrò (essendo la seconda Domenica) la Festa della Madonna delle Grazie in S. Domenico. Tre giorni dopo, Mercoledì 16 maggio, di notte, i Domenicani(14) aprirono nel loro chiostro il muro nel punto corrispondente all'altare della Madonna delle Grazie e ne estrassero l'Immagine della Madonna la quale era incassata dentro a chiavi di quercia per essere questa dipinta sul muro ed essere già da molto tempo stato segato il muro e incassata(15). I Domenicani avevano incominciato il giorno avanti a demolire la loro vecchia chiesa per costruirne una nuova, l'attuale. Ma, nella mattinata, la notizia si sparse come un fulmine per la città. I Confratelli della Madonna delle Grazie ricorsero immediatamente al Vescovo Antonio Cantoni per protestare contro l'operato dei Padri, come se avessero commesso un sacrilego sopruso. Il vescovo convocò il priore padre Antonio Tampieri da Trento per essere informato dell'accaduto. Ebbe per risposta che il priore era assente. Intanto a porte ermeticamente chiuse, tanto della chiesa che del convento, l'immagine fu sistemata nella sacrestia ove le era stato preparato l'altare maggiore. I Confratelli delle Grazie e i Domenicani già da tempo erano in conflitto per diritti, che presumevano inalienabili, sulla venerata immagine. Questo spiega il fatto che tre giorni dopo (19 maggio 1759) molta quantità di questo popolo sia ecclesiastico che secolare nobile e ignobile moltissimi contadini in quantità, tutto questo popolo in numero di 300 si portò davanti a questo ill.mo Magistrato per protestare contro l'arbitrio dei frati e per ricordare che la sacrestia non poteva essere sufficiente per la venerazione che riscuoteva l'Immagine e meno che meno per la novena e la festa del prossimo anno.
Si chiese anche che il Magistrato con il Vescovo facessero la ricognizione della Immagine.(16) A tanto era giunta la diffidenza dei Confratelli! Si aggiunse che la sacrestia non poteva bastare specialmente in congiuntura di male epidemico o degli uomini o delle bestie, che Dio ce ne liberi(17)

Conviene pensare che i Confratelli gonfiassero di proposito la cosa, infatti, il 22 maggio 1759 giunse staffetta a questo Governatore dal Sig. Cord. Stoppani Legato di Romagna con lettera nella quale de.to Em.mo si meravigliava che non fosse stato inteso della sollevazione accaduta verso 1 P.P. Domenicani per causa del furtivo trasporto della B. V. delle Grazie nella Sacrestia. Il Cardinale molto preoccupato chiedeva che i quattro pretesi capi del sopruso fossero incarcerati e dava ordine di servirsi dei soldati in caso non fossero li sbirri sufficienti per la difesa del Convento di S. Domenico...Il Governatore, il Magistrato e il Vescovo con lettere personali rassicurarono Sua Eminenza che non si era trattato di vera sollevazione, ma che la Confraternita e alcuni altri del popolo avevano chiesto la ricognizione della immagine. Il Cardinale Stoppani non chiese altro. I Domenicani ricorsero a Roma al Tribunale dell'Uditore della Camera Apostolica. Per un po' di tempo il fuoco covò sotto la cenere. Infatti i Padri diedero inizio alla Novena in preparazione alla festa, che in quell'anno cadeva il giorno 11 maggio, nella loro sacrestia, come nulla fosse successo. Ma adi 2 maggio 1760: Una gran quantità di persone, nobili, cittadini, contadini vicino aln. di 150 si presentarono al Magistrato per chiedere che l'immagine della Madonna delle Grazie fosse portata in una chiesa più ampia, perché la sacrestia dei Domenicani era troppo angusta per la prossima festa. Il Magistrato li mandò dal Vicario generale essendo il vescovo in visita per la diocesi. Il vicario che era Giambattista Salvini di Foligno disse che avrebbe scritto al Vescovo, ma che non credeva che la cosa si potesse risolvere facilmente stante la lite vertente in Roma fra i Confratelli della Compagnia e i PP. Domenicani. Ma a Roma la Confraternita aveva un avvocato di grossissimo calibro: Mons. Gian Carlo Boschi faentino e confratello delle Grazie amicissimo di quattro pontefici(18) e maestro di camera di Clemente XIII. Infatti, nella notte fra il 9 e il 10 maggio arrivo da Roma una staffetta a Mons. Vescovo con ordine di Sua Santità di trasportare l'immagine della Madonna delle Grazie in una Chiesa ampia e conveniente per celebrarvi la festa. Il Cantoni decise subito di trasportarla in Cattedrale. La mattina per tempo il Vescovo fece avvisare i Domenicani, il Magistrato e il Governatore dell'ordine ricevuto. Il vicario Giambattista Salvini col Governatore Camillo Orselli si portarono a S. Domenico per concertare il modo del trasporto. I Padri amareggiati opposero che si poteva danneggiare l'immagine che era un affresco e per di più distaccata dal muro originario e appiccicata alla meglio sopra un pezzo di pietra arenaria. Furono convocati alcuni capomastri della città che, dopo accurato esame, credettero di poter assicurare che non vi era alcun pericolo dato che l'affresco era stretto e ben legato in una cassa di quercia. I Padri non poterono opporre resistenza giacché il decreto della notte antecedente dava facoltà al Vescovo di servirsi del braccio secolare e de soldati e ciò non bastando anche del braccio della Legazione se fosse stata fatta resistenza dalli frati. Tuttavia i Padri Domenicani pretesero che non fosse permesso ai Confratelli delle Grazie ne di reggere il baldacchino sopra l'immagine ne di dirigere la processione. I Confratelli, forse saggiamente consigliati a non voler stravincere, si rassegnarono(19).
Il Cantoni volle che questo trasporto avesse una grande solennità. Fat ta la ricognizione della Immagine e sigillata coi timbri del Vescovo ne segui la consegna ai rappresentanti del Capitolo della Cattedrale con tanto di atto notarile e nel pomeriggio del sabato 10 maggio in conformità della Processione del Corpus Domini per la via degli Angeli (ora via XX Settembre) si svolse questa processione solennissima presente il Vescovo, il Magistrato, il Governatore, tutta la nobiltà, i cittadini vicino a duecento torce oltre quelle dei Canonici, dei Padri di S. Domenico, Parroci ecc. Anche i Confratelli delle Grazie portavano le torce ma erano sotto il suo stendardo nel rispettivo luogo dove vanno nelle processioni annuali. Prestavano servizio attorno all'Immagine i Confratelli della "Concezione" per ordine di Mons. Vescovo.
Nel partire la Santa Vergine dalla Chiesa (di S. Domenico) fu salutata da una copiosa salve di mortari... Giunta nella Cattedrale fu salutata da dodici pezzi d'artiglieria e suono di tutte le campane della città. L'Immagine fu posta sull'altare maggiore del Duomo e il giorno dopo, 11 maggio, si solennizzo l'annua festa nella Cattedrale con grande quantità di popolo sia paesano che forestiero, della quarta parte del quale non era capace la Sacrestia e portico e senato dei Domenicani. Cosi la taumaturga Immagine fu traslata (per usare una parola cara ai liturgisti) in Cattedrale. Traslazione che avrebbe dovuto essere provvisoria,^^ celebrarvi l'annua festa e l'ottavario diceva l'ordine giunto per staffetta al vescovo Cantoni nella notte del 9 maggio. Ma il 15 maggio 1760: il popolo faentino fece un memoriale a Sua Santità e fu presentato al Magistrato perché lo inviasse al Papa: si chiedeva che fino al termine della costruzione della nuova chiesa l'Immagine rimanesse in Cattedrale. Questa volta il Magistrato non ne volle sapere e stimasi fosse perché v'erano dei dispareri tra i Signori della muta mentre qualcheduno proteggeva le causa dei Padri di S. Domenico. Ma i Confratelli non si rassegnarono e non è facile supporre ciò che fecero, fatto sta che il 25 maggio 1760 giunse al Vescovo un ordine di Sua Santità che la B. V. delle Grazie stesse nella Cattedrale fino a nuovo ordine. La cosa fu ribadita il 1° giugno dal Card. Legato, anzi con divieto di trasportare l'Immagine a San Domenico anche fosse venuto ordine da Roma e che voleva prima egli fare intendere al Papa il ricorso fatto dal popoh e che voleva la risposta e il sentimento del Pontefice. Il 5 ottobre: venne ai Confratelli della SS. Vergine delle Grazie la sentenza a suo favore. A questo stillicidio i nervi dei Domenicani cedettero e desiderando redimere la propria quiete decisero di donare l'Immagine al Vescovo Cantoni(20)
II Vescovo la donò ai Confratelli di S. Pietro in Vincoli(21). Cosi la venerata immagine della Madonna delle Grazie rimase definitivamente in Cattedrale. Per ben cinque anni rimase sopra l'altare maggiore(22) II 12 maggio 1675 fu collocata dal Vescovo Cantoni nella Cappella dei Ss. Pietro e Paolo ove si trova ancora.(23)

DOPO LA TRASLAZIONE IN CATTEDRALE

Con la traslazione dell'Immagine della Madonna delle Grazie in Duo­mo incomincia, si può dire, una nuova storia. La santa Vergine continua ad essere invocata particolarmente: per malattie degli uomini (peste, co­lera, febbri maligne e quando l'influenza diviene più pericolosa); per le malattie del bestiame, infezioni che a volte furono una vera sciagura per i contadini allora cosi ingiustamente retribuiti; contro gli insetti che spesso rovinavano le piantagioni e contro il terremoto. I cronisti citano, anno per anno, stagione per stagione, i tridui che si ripetevano in tali occasioni. Allora era un avvenimento lo scoprimento della Immagine (24). Quando avveniva correva immediatamente la voce: hanno scoperto la Madonna, il che indicava che l'autorità riconosceva la gravita della situa­zione. Girolamo Zucchini nelle sue Memorie storiche... di Maria Vergine delle Grazie (25) ci parla del male epidemico che negli anni 1714 e 1715 minaccio di distruggere tutto il bestiame. Appena manifestatasi la infezione, fu scoperta la miracolosa Immagine. Il popolo tutto della città e del contado accorse a venerarla, e ad implorare la sua efficace protezione in si luttuosa circostanza. Celebri si resero in tale occasione i cordoncini, che uguagliando la misura della prodigiosa Immagine e santificati coll'applicazione alla stessa immagine, furono apposti al collo delle bestie.Questo mirabile preservativo dissipo la maligna infezione, e salvo i tanto utili, e necessari armenti. Questi atti di pietà, oggi non più accettabili (26) indicano, tuttavia, con quanta fede i nostri padri ricorsero alla Madonna delle Grazie.

TERREMOTO DEL 1781

Erano passati tredici anni dall'inaugurazione del nuovo altare quando il terremoto divenne l'assillo più grave dei faentini. Il giorno 11 giugno 1778 alle 10 in punto (orario 1778) (27) si senti una terribile scossa di terremoto che durò un buon minuto. Fu l'inizio di una lunga serie di scosse telluriche che per anni tormentò la nostra regione: il culmine di questa calamità si ebbe (per Faenza) nel 1781 : le scosse più gravi di quell'anno furono il 4 aprile e il 17 luglio. I faentini ricorsero per essere protetti alla Madonna delle Grazie. Non è certo in quale circostanza, per la prima volta, fu invocata la Ma­donna delle Grazie contro questo flagello. La prima data certa (come fu detto) è il 1688.Dunque nella notte fra il 4 e il 5 aprile 1781 alle ore 3 e un quarto italiano cioè circa alle ore 22,15 attuali; avvenne questa tremenda scossa di terremoto; il Borsieri la chiama terribilissima... mentre i più vecchi non rammentavansi d'altra consimile. Girolamo Zucchini scriveva nel medesimo anno(28): verso le tre e venti minuti preceduto da un cupo, e mugghiante rombo accade un si fiero ed orribile scuotimento della Terra... per lo spazio di un minuto furono spinti e respinti gli umili, e superbi edifici di Faenza. L'impeto veemente... la durata della terribile scossa doveva, a parere comune, trarre in ruina la maggior parte della città... cosicché... cessato lo scuotimento... parve a chiunque... d'essere uscito dal sepolcro. Con parole simili descrivono quel tragico minuto anche gli altri cronisti. Il terremoto fu contemporane­amente ondulatorio e sussultorio. La notte era piovosa. Nonostante il maltempo, i faentini fuggiti di casa corsero in gran nu­mero alle porte della Cattedrale che naturalmente erano chiuse.Al sorger del giorno si ebbe una idea della gravita delle distruzioni operate dallo scisma e il Duomo, nonostante i gravissimi danni subiti, si riempì tosto di fedeli. Fu scoperta l'Immagine della Madonna delle Grazie che rimase cosi esposta alla pubblica venerazione fino al Sabato seguente. Il 4 aprile era, quell'anno, il Mercoledì di Passione. Pur ripetendosi di tanto in tanto qualche scossa di terremoto più o meno grave, non furono fatte in Cattedrale altre funzioni che quelle della Settimana San­ta. Passata la quindicina di Pasqua (8-22 aprile) turbata quasi ogni giorno da scosse telluriche si pensò a solennizzare con la massima devozione la Festa delle Grazie che quell'anno cadeva il 13 maggio. Il Vescovo Vitale Giuseppe De' Buoi volle che tutte le funzioni avessero uno spiccato senso penitenziale. Preparò una Lettera pastorale per tutta la Diocesi (29). Nella prima parte del suo scritto il Vescovo insisteva sul pensiero che la presente gravissima calamità era stata causata dai peccati commessi e invitava alla conversione e alla penitenza. Nella seconda parte dava disposizione per la novena e la festa. Il giorno 28 aprile doveva essere scoperta l'Immagine, cinque giorni prima del principio della novena, che incominciava il giovedì 3 maggio: il Vescovo concedeva l'indulgenza di 40 giorni per ogni funzione. La vigilia (30) della solennità della Beata Vergine, che sarà il 12 maggio, verrà dedicata alla pubblica mortificazione del digiuno, che noi intimiamo alla sola città e della Processione di Penitenza. Alla processione era invitato tutto il clero e tutti gli altri che avevano l'obbligo di intervenire alla processione del Corpus Domini. La processione partendo dal Duomo doveva raggiungere S. Domenico per la strada maggiore (corso Mazzini) di là ritornare in Cattedrale per la strada di S. Francesco (via Campidori). Nel tragitto dovevano essere cantate le Litanie dei Santi in tono flebile. ed era concessa l'indulgenza di 40 giorni ai partecipanti. Per la Domenica 13, Festa della Madonna delle Grazie, il Vescovo invitava tutti alla confessione e comunione per la quale aveva ottenuto da Pio VI l'indulgenza plenaria. L'ultima parte della Lettera raccomandava la preghiera, la penitenza, la perseveranza nei buoni propositi anche dopo la Festa. Consigliava la massima compostezza e devozione per la processione di penitenza e dava ai confessori le più ampie facoltà; invitava i Parroci del Contado ad eccitare la pietà de' loro Popoli di portarsi anch'essi processionalmente, secondo l'uso, a venerare in questi giorni dello scoprimento l'amabilissima comune Avvocata Nostra. Anche i Vicari foranei dovevano indire quelle opere di pietà e penitenza che credevano opportune e per tutta la diocesi era estesa la indulgenza di quaranta giorni o la Plenaria per chi si confessasse e comunicasse.

IL VOTO

Intanto i Signori pubblici rappresentanti (il Magistrato) nel Consiglio generale, tenuto il 20 maggio, proposero e decisero concordemente che per il corso di cinquanta anni si facessero cantare, a spese pubbliche, una Messa solenne di ringraziamento e l'inno ambrosiano con l'intervento del Magistrato nel giorno anniversario del grande cataclisma, 4 aprile. Gli Atti Consigliavi, esistenti nella Biblioteca Comunale dicono che il Voto fu fatto in contrassegno di gratitudine a Sua Divina Maestà e alla Santissima Vergine delle Grazie per avere preservato questa città dai funesti efetti dell'orribile terremoto. A leggere i Cronisti noi dobbiamo concludere che i faentini del 1781 credettero che la scossa della notte del 4 aprile avrebbe dovuto distruggere la città, mentre gli edifìci furono gravemente danneggiati, ma non crollarono completamente, tanto che una persona sola mori. La campagna attorno a Faenza era stata duramente colpita con distruzione quasi completa di chiese e case e con molti morti. In città si moltiplicarono casi che furono ritenuti miracolosi tanto che il Vescovo De' Buoi volle che il suo Cancelliere don Giambattista Meloni ne istruisse un regolare processo. Ma il terremoto non dava tregua. Il giorno 11 luglio e nella notte seguente gravi e ripetute scosse seminarono il terrore nella popolazione. Nonostante il gravissimo pericolo i fedeli continuavano ad accalcarsi in Duomo davanti all'Altare della Madonna delle Grazie. Il Vescovo non potendo più acconsentire che in cosi grave pericolo si continuasse a funzionare in Cattedrale decise di fare trasportare l'Imma­gine all'aperto: fu scelta la piazza del Vescovado (XI febbraio). Si preparò l'altare, con molti drappi, lampade e candelabri, appoggiato alla casa di Fanti (oggi Benedetti); furono stesi tendoni e coperte per riparare al possibile i fedeli dai cocenti raggi del sole di luglio e il giorno 15, mentre tutte le campane della città suonavano, la prodigiosa Immagine tra divoti cantici... corteggiata da numeroso e affollato Popolo fu tra­sportata sull'altare che le era stato preparato e li per quindici giorni si svolsero le funzioni e si celebrarono le Messe. Quanto era stata saggia e opportuna la decisione del Vescovo lo si vide due giorni dopo, 17 luglio. Mentre circa le ore nove (ora attuale) si cantava Messa nella Piazzetta, dice Girolamo Zucchini (31): successe un gravissimo tumulto per l'orribilissima scossa di terremoto. Finito appena l'Introito della solenne Messa, un gravissimo scoppio rimbombò all'orecchio di tutti, e per un breve spazio di tempo con veemente sussulto, e con rapido ondeggiamento traballo l'irrequieto suolo. Fu interrotta la celebrazione della Messa e il Vescovo De' Buoi cercò, con la sua vibrante eloquenza, di calmare i presenti. Ma intanto la Piazzetta andava accalcandosi sempre più: la gente fuggita di casa accorreva all'Al­tare della Madonna dove era ripresa la Messa. Ma terminata appena e dopo la benedizione data dal Vescovo la terrà tremò ancora: si ripeterono grida di spavento e il Vescovo parlò di nuovo invitando a perseverare nella preghiera e nei buoni propositi. In quei quindici giorni fu un susseguirsi continuo di pellegrinaggi da ogni parte della diocesi. Lo Zucchini nota con particolare compiacenza quello del clero effettuato la notte del 22 luglio: giorno di Santa Maria Maddalena. Alle nove di sera (ora attuale) tutto il Clero preceduto dal Vescovo che portava la Croce intraprese la visita alle sette chiese accompagnato dai confratelli delle Grazie che portavano torce accese. Al ritorno la Piazzetta non poteva contenere i presenti, perché moltissimi uomini si erano uniti al corteo dei sacerdoti, mentre le donne, per consiglio del Vescovo, si erano fermate in preghiera davanti all'Immagine della Vergine. Dopo quella tremenda giornata del 17 luglio, il terremoto continuò a farsi sentire di tanto in tanto, ma abbastanza leggermente e il Vescovo De' Buoi decise di riportare l'Immagine al suo Altare in Cattedrale e volle dare alla processione la massima solennità possibile. Tutto il clero era pre­sente con gli apparati migliori di cui si poteva disporre; il Vescovo vestito pontificalmente precedeva la sacra Immagine portata sotto prezioso baldacchino dai Confratelli delle Grazie e attorniata da numerose torce acce­se; seguiva il Magistrato e tutte le campane della città suonavano a festa. Per via Dogana si entrò nel corso del Ponte (Saffi) e giunti in Piazza si fece il giro completo lungo i loggiati sfarzosamente apparati di damaschi e di torce. Posta l'Immagine sulla gradinata del Duomo, si cantò il Tè Deum. Finito l'inno ambrosiano, supplice si prostese ai piedi di Maria l'ill.mo Magistrato. Il signor Bartolomeo de Pazzi Capo-Priore a nome di tutto il Popolo presentò all'amabile Preservatrice le Chiavi delle Porte della Città, acciò sempre tutti i cittadini riconoscessero Maria delle Grazie per assoluta Patrona e Regina della fortunata loro patria (32). Dopo parole di conforto e di esortazione, il vescovo terminò battendo le mani e dicendo: La grazia è fatta. Maria delle Grazie ci ha salvati tutti. Evviva Maria, evviva Maria, cui fecero eco tutti i presenti ripetendo: viva Maria, viva Maria! Quindi la sacra Immagine fu portata al suo Altare dai confratelli, ma non fu permesso al popolo di entrare in Duomo per evitare qualunque tumulto, poiché tale era l'affluenza del popolo che fu reputato l'augusto Tempio inca­pace di contenerlo(33). Il terremoto continuò a farsi sentire di tanto in tanto e per anni e anni, non più, però, come nelle tremende giornate del 4 aprile o del 17 luglio 1781. Nel 1832 scadevano i cinquanta anni; ma il Voto fu rinnovato per altri cinquanta cioè fino al 1881, perché ancora ogni tanto si faceva sen­tire il terremoto e alle volte con scosse abbastanza gravi.

L'IMMAGINE DELLE GRAZIE SULLE PORTE DELLA CITTÀ

L'Anno 1835 portò all'Italia una grave preoccupazione: in Francia, a Marsilia si erano verifìcati casi mortali di cholera morbus o cholera asiatico. Di là l'epidemia era presto entrata in Italia ed erano state colpite le città di Torino, Cuneo e Genova. A Cuneo in tre giorni (fine luglio 1835) vi erano stati sessantun casi con diciotto decessi(34). Ben presto il morbo dilagò nell'alta Italia e lentamente ma inesorabil­mente si avvicinava alla Romagna. Senza alcun dubbio vi fu almeno un caso anche a Faenza, fortunatamente non mortale (23 luglio 1836). Ai primi avvisi del dilagare del malanno la Commissione speciale di Sanità di Faenza mise il massimo impegno per prevenire e combattere la pestilenza e si credette opportuno e giusto ricorrere al valevole patrocinio di Maria Santissima con piena fiducia ed affètto. Un primo triduo venne indetto nell'agosto 1835 per i giorni 11-12-13 dal Gonfaloniere e dal Vicario generale della diocesi. Un ottavario di preghiere si fece nel settembre seguente, ma facendosi il pericolo sempre più grave e imminente nel luglio del 1836 altri due tridui vennero indetti dal Gonfaloniere Carlo Zucchini e dal Vescovo Giovanni Benedetto Folicaldi. Le spese erano sostenute dal Consiglio comunale. Nella seduta Consigliare del 25 agosto 18 36... il Deputato Ecclesiastico Sig. Parroco Antonio Bertoni ha preso la parola e ha detto che per quei senti­menti di devozione, da cui ognuno deve essere penetrato verso Maria SS.ma delle Grazie singolare protettrice di questa città e suo territorio... gli sembra conveniente e doveroso... massimo nell'attuale momento in cui siamo minac­ciati dal Cholera Asiatico, di aggiungere alle sacre funzioni in Chiesa... il desiderato collocamento nei muri esterni delle sei porte della città, dell'Immagine di Maria SS.ma delle Grazie... La proposta fu immediatamente accolta. Si formò, a proposito, una com­missione, ne faceva parte lo stesso parroco Bertoni, la quale diede incarico al sacerdote Don Domenico Valenti di preparare un progetto. Il Valenti, giovane sacerdote, nato nel 1809, per naturale disposizione era un ottimo plasticatore e per hobby aveva frequentato la bottega dei famosi Collina-Graziani. Il suo progetto piacque e gli fu dato l'incarico ufficiale. Il 3 ottobre 1836 in Consiglio si accettò la spesa necessaria e Don Valenti si mise al lavoro. Alla metà di luglio (1837) la sua fatica era terminata: il quadro rettangolare in terracotta (mt. 1,50 x 1,80) contiene in un ovale l'apparizione della Madonna alla matrona Giovanna inginocchiata; da un lato si vede una torre merlata del ponte romano. L'ovale è sormontato da una corona mentre sotto ha un cartiglio con le parole.

MATRI GRATIARUM
TUTELARI PATRIAE
INCRUENTE COLERICA LUE
A. MDCCCXXXVI O. E Q, E

Ai quattro angoli, in altrettanti tondi i quattro Santi protettori di Faenza: Savino, Pier Damiano, Emiliano e Terenzio. Le sei Immagini furono murate sulle porte. Il Gonfaloniere il 28 settembre fece affìggere un invito alla cittadinanza per il giorno 8 ottobre 1837, domenica della benedizione e inaugurazione. I giorni 6 e 7 furono giornate di preghiera e di preparazione. La sera del sabato 7 ottobre le campane di tutta la città suonarono a festa a lungo. La domenica mattina, 8 ottobre, in tutte le Messe si insistette, perché nel po­meriggio tutti prendessero parte alla solenne benedizione delle Immagini. Il Vescovo Folicaldi tenne Pontificale in Duomo con una calda omelia. Nel pomeriggio alle ore 15 sfilò una solennissima processione per via degli Angeli (XX Settembre) via Ferrata (corso Baccarini) e corso di Porta imolese (Mazzini) e usci dalla detta porta. Il corteo fu imponente: tutto il clero regolare e secolare, le confraternite con labari e croci, il Capitolo, il Gonfaloniere, la Magistratura, il Governatore ed una immensa folla di po­polo. Il Vescovo benedisse l'Immagine e da un alto palco parlò ai presenti. Due ore prima di questa funzione i rispettivi Parroci, a ciò delegati, avevano benedetto le Immagini delle altre cinque Porte. La giornata fu chiusa con una grande illuminazione della città. Tutte le case, da quelle dei corsi e delle piazze fino a quelle delle strade secondarie e dei più umili vicoli erano illuminate a festa.

LA LAMPADA VOTIVA

Venti anni dopo queste solenni cerimonie il cholera morbus o morbo asiatico entrò realmente in Faenza e molte furono le vittime: dal 25 febbraio, giorno in cui fu accertata la presenza del morbo, al 20 settembre si contarono intorno a 1065 casi con circa 700 morti e non sono pochi! La festa di maggio di quel 1855 si svolse in questa situazione partico­lare: il cholera nel maggio ebbe una stasi, però si temeva il peggio per la grande estate. Si voleva celebrare la Festa con più solennità per la defini­zione dogmatica della Immacolata Concezione di Maria (8 dicembre 1854) in più il Papa Pio IX era uscito illeso da un grave incidente (12 aprile 1855) e volendo ringraziare la Provvidenza divina per aver assistito il Pontefice, la Magistratura offriva per lo scopo cento scudi. Cosi la se­conda Domenica, 13 maggio, fu particolarmente solenne. Ma, come si era temuto, nel mese di giugno il morbo si fece molto pericoloso e la Magistratura il 23 giugno chiese al Vescovo un triduo alla Madonna delle Grazie. Il Vescovo Folicaldi, indubbiamente perplesso, quasi un mese dopo (18 luglio) informò il Gonfaloniere che aveva deciso di permettere il triduo e ne chiedeva il parere. Subito il giorno seguente fu interpellata la Commissione di Sanità la quale non pose un veto ma con un gran giro di parole e ponendo l'autorità del Muratori e del Card. Castaidi, persone piissime e sapienti, fece capire non essere prudente, in tali circostanze, un accumulamento di persone. La Magistratura, forte di questo giudizio, scrisse a Mons. Vescovo che non poteva convenire sulla proposta di Sua Eccellenza. La lettera, prevedendo la reazione di Mons. Folicaldi, aggiungeva che la decisione era con­sigliata solo dalla prudenza, dato che la Magistratura era composta da persone che si vantavano di seguire mai sempre gli impulsi della religione. Giovanni Benedetto Folicaldi non fece attendere la sua risposta (21 luglio) nella quale, senza tanti complimenti, faceva notare come pochi giorni prima si era aperto il Teatro nel quale radunavasi molta gente d'ogni classe, senza procurarsi il voto della Sanità. La risposta molto rispettosamente faceva notare la differenza delle con­dizioni della salute pubblica dalla data dell'apertura del teatro a quella presente: e questo era vero, il morbo si estendeva sempre più. Il 27 luglio la Magistratura faceva sapere a Mons. Vescovo di voler fare celebrare nella Chiesa Cattedrale, e precisamente all'altare della B. V. delle Grazie un numero di Messe, per un tempo indeterminato, onde con la di Lei valevole intercessione cessi in questa citta e suo contado il Morbo Asiatico.Col passare del caldo l'infezione andò scemando tanto che alla fine di settembre si poteva dire completamente scomparsa. Infatti il 7 ottobre il Gonfaloniere Rodolfo Zauli-Naldi concertava con Mons. Vescovo due sacre funzioni: la prima in suffragio dei morti per il contagio da celebrarsi il 13 ottobre; la seconda, da celebrarsi il giorno seguente, in ringraziamento alla Madonna delle Grazie per la cessazione del cholera morbus con Messa e Tè Deum. Quando il 20 luglio la Magistratura aveva assicurato Mons. Vescovo che era mossa sola da prudenza nel non convenire sulla opportunità del Triduo aveva detto la verità, perciò ora si faceva premura di comunicargli che il 27 luglio non si era disposto solo di fare celebrare Messe all'Altare della Madonna delle Grazie onde chiedere le cessazione del cholera ma fin da quell'epoca avemmo il religioso pensiero, tosto che ne fossimo liberati, di arrivare al modo di mostrare a Maria stessa la devota riconoscenza dei Faentini coll'esibire un'offerta che rimanesse a perpetua memoria della gra­zia ricevuta da Lei e della devozione del popolo faentino alla Gran Madre sua Proteggitrice. L'offerta consisteva in una lampada tutta d'argento. Mons. Folicaldi si mostrò molto soddisfatto ed espresse il suo compiacimento con lettera del 13 ottobre piena di elogi alla Magistratura per 'Apio e nobile divisamente. La bellissima lampada eseguita dal cesellatore faentino Giovanni Baccarini riuscì veramente un'opera d'arte e fu pronta per la Festa del 1857. Porta questa iscrizione:

D. N. MARIAE GRATIARUM OB LUEM
INDICAM PROPULSATAM MUNICIPIUM FAVENTINUM
VOTUM PERSOLVIT A, MDCCCLV

Fu consegnata la sera del 9 maggio 1857 davanti all'Altare della Madonna delle Grazie e il giorno dopo, seconda domenica, nella solenne Festa annuale la bella lampada splendeva luminosa davanti alla Patrona di Faenza.

IlI CENTENARIO DELL' INCORONAZIONE:
LA MADONNA DELLE GRAZIE PATRONA PRINCIPALE
DELLA CITTÀ E DIOCESI DI FAENZA

Come abbiamo accennato nel 1832 scadevano i cinquant'anni del Voto fatto il 20 maggio 1781, ma siccome i Faentini non erano sereni per il terremoto che ancora di tanto in tanto si faceva sentire e, alle volte, abbastanza fortemente, la Confraternita chiese al Consiglio Comunale che il Voto fosse rinnovato per altri cinquanta anni e nella Seduta Consigliare del 22 maggio 1832, tutti i Consiglieri intervenuti lo approvarono per acclamazione. Nel 1881 si celebrarono grandi feste centenarie con grandi apparati, grandi musiche, grandi luminarie e fuochi d'artifìcio come era in uso a quei tempi. Non fu trascurata la parte pastorale. Il 27 aprile si incominciò la novena con l'Immagine sull'Altare maggiore, cosa rarissima allora. Ogni mattina si scopriva l'Immagine alle ore 4 e per tutta la giornata era un susseguirsi di messe, funzioni e preghiere. Le orazioni panegiriche furono tenute dal Can.co Rossi, da Mons. Gioacchino Cantagalli allora vescovo di Cagli e Pergola e dal Vescovo di Faenza Mons. Angelo Pianori. Il giorno della festa centenaria - Domenica 8 maggio - si incominciò la celebrazione delle Sante Messe alle ore 3. Al termine si decise di continuare il Voto fino al 1910 (35). La festa del Voto si celebra ancora. Nel 1931 si celebrò il 3° Centenario della incoronazione della Vergine. Questo centenario non solo fu realmente celebrato, ma riuscì solen-nissimo per due circostanze di massima importanza: la proclamazione della Madonna delle Grazie a Patrona principale della città e diocesi (36) e l'Incoronazione dell'Immagine a nome del Sommo Pontefice (37). Si incominciò con le Sante Missioni. Il Vescovo diocesano Mons. Antonio Scarante aveva indirizzata una sua Notificazione alla Diocesi per predisporla alla grandiosa celebrazione. La domenica 3 maggio, con la lettura del Decreto della Sacra Congre­gazione dei Riti, si ebbe la solenne proclamazione della B. V. delle Grazie a Patrona Principale della Città e Diocesi alla presenza delle Autorità Cittadine e di una enorme folla acclamante mentre tutte le campane della città e diocesi salutavano il memorando avvenimento (38). Nella domenica 10 maggio, dopo la Messa Pontificale, alle ore 12 il Cardinale Michele Lega incoronava NOMINE PONTIFICIA, la Taumaturga Immagine con un prezioso diadema offerto dalla città di Faenza. Presenziava anche una delegazione Polacca composta di sacerdo­ti e chierici del Pontifìcio Collegio Polacco di Roma. Le solennità si conclusero con una trionfale Processione per le vie del­la città sotto una pioggia di fiori, tra continue acclamazioni e con l'Atto di consacrazione della Città e Diocesi alla Celeste Patrona letto dal Ve­scovo Antonio Scarante nella Piazza Maggiore di Faenza. Nel 1981, ricorrendo il secondo Centenario del "Voto" e il 350° anni­versario dell'incoronazione dell'Immagine della B.V. delle Grazie, patro­cinate dall'Arci confraternita e animate dal Massaro Mons. Giovanni Bertoni, Parroco della Cattedrale, si svolsero varie manifestazioni religio­se, culturali e artistiche, tra cui la XX Settimana Mariana Nazionale dal 7 all'11 Settembre 1981, con mostre d'arte, mostra del libro liturgico e serate artistiche. Con un'imponente Processione notturna "au flambeaux" la Venerata Immagine fu portata il venerdì 8 Maggio, dalla Chiesa del Paradiso, per Corso Mazzini, fino alla Piazza del Popolo, gremita di fede­li provenienti da tutte le Parrocchie della Diocesi, dove il Vescovo Diocesano Mons. Marino Bergonzini rinnovò l'Atto di Affidamento del­la Città e Diocesi alla Celeste Patrona. La venuta del S. Padre Giovanni Paolo II a Faenza il 10 Maggio 1986 e stata gradita occasione per far benedire 5 Immagini della B.V. delle Grazie che sono state collocate nei pressi delle antiche porte della città e nelle festività della Vergine vengono ornate di fiori dai fedeli come atto di omaggio e di devozione. La scritta dice:

NEL 1836 L'EFFIGIE DELLA MADONNA DELLE GRAZIE ORNO' PORTA... CHE QUI SORGEVA.
BENEDETTA DA GIOVANNI PAOLO II, PELLEGRINO IN ROMAGNA QUESTA TARGA FU POSTA IL 10 MAGGIO 1986".

La data di collocazione poi è slittata al 10 ottobre 1987, a ricordo del centenario suddetto. In quella occasione, alla fine della solenne celebrazione svoltasi nella gremita Piazza del Popolo, il Papa Giovanni Paolo II ha lasciato questo messaggio alla Diocesi, che è un programma: "Lascio alla vostra città e Chiesa di Faenza questa missione che viene espressa con il nome amatissimo della Madonna, Maria Vergine Madre di Dio delle Grazie. Vorrei offrirvi di nuovo questo CARISMA con cui la vostra Chiesa vive da tanti secoli e che viene espresso con questa Immagine, tradizione, religiosità e devozione alla Madonna delle Grazie. Nel 1991, per la celebrazione decennale di quell'avvenimento, il ve­nerdì precedente la Festa solenne, si e svolto il Pellegrinaggio Cittadino a partire da quattro punti della città, idealmente le quattro porte, riunendosi in Cattedrale, dove il Vescovo con il clero e i fedeli rinnovò l'Atto di Affidamento della città e Diocesi alla Vergine delle Grazie. Mons. Francesco Tarcisio Bertozzi ha stabilito che questo rito si compia ogni anno come voto alla nostra Dolce Madre e Regina. Il suo Altare nel transetto della Cattedrale è Santuario Cittadino dove ogni giorno si celebrano Sante Messe e numerosi fedeli si recano a pregare la Vergine Santa che dal suo trono di gloria elargisce le sue Grazie celesti con amore di Madre.

(1) In altri scritti è detta: a Gratiis (de Gratia, a Gratia) Beata Virgo a Graciis oppure Sancta Maria dale Gratie e infine: B. Maria Virgo Gratiarum, ora è chiamata abitualmente la Madonna delle Grazie.
(2) Patrizio venero, nipote di Gregorio XII, creato cardinale dallo zio nel maggio 1408 fu a sua volta papa col nome di Eugenio IV (1431-1447).
(3) Cfr. FRANCESCO LANZONI, La Cronaca del Convento di Sant'Andrea di Faenza, in Città di Castello nella Stamperia di Scipione Lapi, 1911.
(4) Sono le parole della Cronaca del Convento ecc. (vedi nota precedente) ma non è possibile indicare con precisione dove e come fosse sistemato questo affresco nell'antica chiesa di S Andrea in vineis.
(5) Questo affresco della chiesa dei Domenicani fu in un tempo ignoto tagliato e dispiccato dal muro. Staccandolo dalla parete fu mutilato cioè furono mozzate la metà inferiore del corpo e la maggior parte delle braccia cosi le mani della Vergine con i dardi spezzati sono scomparsi ma della loro esistenza non può dubitarsi. Infatti tutte le immagini della Madonna delle Grazie conservate nella città e nella diocesi fin dalle più antiche (secolo XVI) tutte hanno le braccia aperte con in mano le frecce infrante, il che vuoi dire che i nostri pittori si sono ispirati all'affresco della chiesa di S. Domenico allora visibile. Nota di Francesco Lanzoni cfr. Le origini della B.V. delle Grazie di Faenza, Faenza Tip. Lega, 1925.
(6) I Promessi Sposi, cap. XXVIII.
(7) Cfr. LANZONI, La cronaca del Convento ecc., p. 38.
(8) Cfr Nuova Document. intorno alla B.V. delle Grazie di Faenza, Francesco Lanzoni in Bollettino Diocesano, 1915, n. 4.
(9) I Promessi Sposi, cap. XXXII.
(10) Cfr. Descriptio compendiosa ecc., Varsavia, 1652.
(11) Cfr. TONDUCCI, Historie di Faenza, p. 26.
(12) Cfr. ms. archivio cap. Faenza.
(13) Cfr. Descriptio compendiosa ecc., è dell'anno seguente il Votum Varsaviae che ora pende dalla cupola della Cattedrale.
(14) II Peroni dice: senza rendere intesi ne superiori ne confratelli portarono via di soppiatto la Beata Vergine (cf. ms. archivio cap.).
(15) CARLO ZANELLI, Cronaca archiv. capit. ms.
(16) Cfr. CARLO ZANELLI o. e.
(17) O.C.
(18) Come dice una lapide nella sacrestia della cattedrale. Giovanni Carlo Boschi fu creato cardinale nel 1766 dallo stesso Clemente XIII, e fu un grande benefattore della sacrestia della Cattedrale e della Madonna delle Grazie.
(19) Trascriviamo dalla Cronaca di Carlo Zanelli cosa era avvenuto qualche giorno prima per provare come era surriscaldata la situazione. Adi 7 maggio 1760: li P.P. di S. Domenico andarono dal nostro vescovo Cantoni e fecero istanza che stante la loro lite pendente con li confratelli delle Grazie, non li pareva dovere che intervenissero a servire la SS. Vergine del Fuoco nelle imminenti Processioni delle Rogazioni, come facevano gli anni scorsi e di stare attorno al baldachino e tenere in cura quelli tré giorni detta Immagine che si tratiene nella Cattedrale. Mons. Vescovo li rispose che non si voleva in questo ingerire e che non voleva taccoli, ma bensì il ripiego era di fare le Processioni con la sola Croce ed andare alle Porte della città a benedire le campagne come in altri paesi si costuma. Udito questo ripiego le Monache di S. Cecilia (domenicane e custodi dell'Immagine della Madonna del Fuoco) che non doveva portarsi processionalmente la B.V. del Fuoco, che sempre era stato l'uso, fecero un gran rumore con li padri di S. Domenico per questa loro nuova pretensione di non volere li confratelli delle Grazie per dirigere la processione e tenere in custodia la loro Immagine nel tempo che sta fuori con la Processione delle Rogazioni e se per causa di questo non si fosse portata in processione la detta Immagine, avrebbero fatto istanza al Papa di essere regolate da Preti e di essere levate dalla custodia e regolamenti de Frati. (20) Rogito del notaio Faentino Carlo Antonio Lega del 5 Agosto 1761.
(21) Rogito del notaio Faentino Giacomo Filippo Grossi del 7 ottobre 1761. La Confraternita si chiamava di S. Pietro in Vincoli o della Madonna delle Grazie.
(22) Dal 15 al 25 giugno 1761 l'Immagine fu trasportata all'altare di S. Carlo perché Mons. Vescovo fece imbiancare la cappella maggiore della Chiesa del Duomo.
(23) La lapide della cappella dice che l'Immagine vi fu posta il 13 maggio, ma i cronisti contemporanei assicurano che questo avvenne il giorno 12.
(24) L'Immagine della Madonna delle Grazie era ricoperta abitualmente da un velo, simile a quelli usati per le bambine della prima Comunione. Questo velo, tagliato poi a pezzettini si distribuiva ai fedeli chiuso in piccole immagini, con questa scritta: "Particella del velo che per molti anni servi a coprire l'Immagine della B. V. delle Grazie ". L'Immagine, cosi coperta, era chiusa nella sua nicchia con davanti un paliotto che aveva un ovale dal quale poteva vedersi solamente il volto della Madonna; ma questo ovale era chiuso da una tendina in tela ricamata e sopra questa, una chiusura a chiave e sopra ancora un bei raggio di legno intagliato e dorato in mezzo al quale era inciso il cosi detto Emme della Madonna. L'Immagine rimaneva ermeticamente chiusa da un anno all'altro. Era scoperta dai primi ai secondi Vespri della seconda Domenica di maggio e (dopo fatto il voto) il giorno 4 aprile.
(25) In Faenza 1781 presso Archi.
(26) Particella del velo o cordoncini rossi.
(27) I francesi portarono nel 1779 il nuovo orario: dalla mezza notte alla mezza notte. L'orario italiano incominciava al tramonto del sole, quando suonava l'Ave Maria (circa le ore 19 attuali). Un'ora dopo suonava l'ora di notte o prima ora.
(28) Memorie storielle... di Maria Vergine delle Grazie, Faenza 1781, presso l'Archi, pag. 75 e seg.
(29) Porta la data del 27 aprile 1781.
(30) I corsivi sono parole della Lettera pastorale del vescovo De' Buoi.
(31) O. c.,pag. 227.
(32) GIROLAMO ZUCCHINI, o. e-. Le chiavi offerte nel 1631 era andate perdute.
(33) GIROLAMO ZUCCHINI, o. e.
(34) GIUSEPPE PORISINI, La Virgo Gratiarum sulle porte di Faenza» Società Tipografica Faentina, maggio 1936.
(35) Nel 1873 per l'ultima volta il Municipio aveva concorso per le spese, ma le libere offerte dei faentini, furono sempre più che sufficienti per continuarne la celebrazione: il Voto era divenuto cosi una commemorazione solo religosa.
(36) Decreto Sacra Congr. dei Riti 25 marzo 1931.
(37) Pio XI, 10 maggio 1931. Di rinnovare il Voto o di cessarne la celebrazione non si parlò più. Si continuò a celebrare il 4 aprile la giornata di ringraziamento e si continua ancora.
(38) La riforma del Calendario diocesano, voluta dalla Congregazione del Culto divino, dopo il Concilio Ecumenico Vaticano secondo, confermò, la Madonna delle Grazie patrona principale della città e diocesi (decreti 12-1-1974 e 10-1-1975). Il Sindaco di Faenza Venterò Lombardi con una notificazione del 4 maggio 1976 portava a conoscenza della cittadinanza che doveva considerarsi giornata festiva (del Patrono) non più il 7 dicembre, S. Savino, ma il sabato prima della seconda Domenica di maggio, festa della Madonna delle Grazie.