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frecce spezzate. |
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LA
MADONNA DELLE GRAZIE DI FAENZA ORIGINE DEL CULTO E I PRIMI SECOLI II culto della Madonna delle Grazie ebbe origine il 12 maggio 1420 nella chiesa di S. Andrea in Vineis (S. Domenico). In quel giorno, che era domenica, fu consacrato un altare in onore Sanctae Mariae de Gratis (1) con una cerimonia molto solenne. Consacrò l'altare l'arcivescovo di Smirne Francesco da Montegranello, minorita, che concesse 80 giorni di indulgenza a chi avesse visitato l'altare nel giorno anniversario della consacrazione. Era presente il Card. Gabriele Condulmier (2) legato di Martino V nella Marca Anconitana e nella Romagna: concesse un anno e quaranta giorni di indulgenza. Erano pure presenti i vescovi di Faenza Silvestre della Casa, di Forli Giovanni della Strada, di Cagli Giovanni Buono e di Sarsina Piero da Gubbio domenicano: concessero ciascuno 40 giorni di indulgenza (3). L'immagine a cui l'altare era dedicato era stata dipinta otto anni prima (1412) in muro sub pontile (4) come ex voto al termine della peste che in quell'anno aveva afflitto Faenza e la Romagna. L'autore si era ispirato ad un tema allora di moda: la Beata Vergine in atto di proteggere i fedeli raccolti sotto il suo manto.La Vergine cosi rappresentata era comunemente chiamata Mado nna della Misericordia, ed aveva quasi sempre questa particolarità: contro il suo manto si spezzavano le frecce dell'ira divina. Ma il nostro pittore, per dare alla nuova immagine una caratteristica propria, mise nelle mani stesse della Vergine le frecce spezzate (5). Non sappiamo se vi fosse ai piedi della Madonna qualche orante; più tardi la Madonna delle Grazie fu rappresentata quasi sempre in ambiente faentino, con l'antico ponte romano dalle due torri e con una pia matrona in preghiera. Certo è che l'immagine di S. Domenico, con quelle frecce spezzate in mano diede origine alla leggenda della Gloriosa Vergine et Sancta Maria delle Grazie. Questa leggenda è molto antica, infatti è riportata nella Cronica Conventus Sancii Andreae de Faventia che Francesco Lanzoni ha studiato col suo metodo critico ineccepibile e dice che fu composta nel convento dei domenicani intorno allo scorcio del secolo XV. LA LEGGENDA DELLA
MADONNA DELLE GRAZIE LA LEGGENDA DEL 1531 Fino a questo punto abbiamo due date di inequivocabile attendibilità: nel 1412 fu dipinta l'Immagine; nel 1420 il 12 maggio, seconda domenica, fu consacrato il primo altare e da quell'anno a Faenza, sempre nella seconda domenica di maggio, è stata celebrata la Festa della Madonna delle Grazie come si celebra ancora. Il 1500 fu un secolo di grandi calamità: la peste con una periodicità da calendario andava affliggendo la nostra terra. Il Manzoni dice(6) (la peste) già molto prima di quell'epoca, (1600) era solita, e lo fu per molto tempo dopo, a comparire quelle due, quattro, sei, otto volte per secolo, ora in questo, ora in quel paese d'Europa, prendendone talvolta una gran parte, o anche scorrendola tutta, per lungo e per largo. Non è diffìcile immaginare (dice Francesco Lanzoni) come in tali distrette si pensasse di collocare nella cappella delle Grazie una tavoletta con la leggenda(7). Questa tavoletta fu ricopiata da fra Pietro Maria Zannoni da Faenza sacristano maggiore di S. Domenico, il quale dice che era stata scritta in carta pecora posta sopra di un ossa incorniciata con l'effigie della Madonna per mano del venerabile Padre frate Vincenzo de Faventia il quale l'aveva retracta et rescritta da un libro antiquo il 10 marzo dell'anno 1531. Il libro antiquo dal quale il Padre Vincenzo da Faenza l'aveva tratta poteva essere la Cronica Conventus etc. o qualche altro scritto precedente. Apprendiamo dagli studi del Lanzoni, che alla fine del 1400 la Leggenda era scritta e conosciuta, non è dunque un'esagerazione il chiamarla molto antica. Qui possiamo ancora aggiungere che il culto alla Madonna delle Grazie, nato con tanta solennità, divenne di giorno in giorno sempre più popolare a Faenza e nella diocesi. Cinquantasette anni dopo la consacrazione dell'altare, i domenicani di Faenza ottennero dal loro Maestro generale di potere celebrare nella seconda domenica di maggio l'Ufficio e la Messa della Madonna (21 luglio 1477). Cosi per i domenicani di Faenza quella domenica divenne la festa liturgica della Madonna delle Grazie(8). L’ ANNO DELLA
GRANDE PESTE La peste fece sentire
tutta la sua tragicità, specialmente nell'Italia settentrionale,
nella prima metà del secolo decimosettimo. I primi sintoni della
grande peste si ebbero in Lombardia negli ultimi mesi del 1629 e, al dir
del Mazoni, portò via un milion di persone, a dir poco... tra la
Lombardia, il Veneziano, il Piemonte, la Toscana e una parte della Romagna(9)
Queste parole una parte della Romagna hanno un sapore chiaramente faentino.
Infatti quella peste non entrò in Faenza, ma si fermò a
pochi chilometri sul Senio. LA MADONNA DELLE GRAZIE INVOCATA IN CASI DI TERREMOTO Prima della fine di questo secolo abbiamo il primo ricordo storico del ricorso alla Madonna delle Grazie per il flagello del terremoto. Nella cronaca di Nicolo Tosetti(12) leggiamo questa notizia: Addi 11 aprile 1688 tirò uno spaventosissimo terremoto qui in Romagna: era la Domenica delle Palme ciò nonostante il Collegio dei Parroci decise il pellegrinaggio delle sette chiese per il giorno 15, Giovedì Santo, e fra le sette chiese vi era anche S. Domenico ove veneravasi la Madonna delle Grazie. Passate le solennità di Pasqua, giacché il terremoto non dava tregua, il vescovo Card. Negroni indisse un solenne pellegrinaggio alla Madonna delle Grazie in S. Domenico per il giorno 29 aprile. Erano presenti il Capitolo e il Collegio dei Parroci: all'altare della Vergine, ove l'immagine era scoperta, fu cantata Messa da un Canonico. DIFFUSIONE DEL CULTO IN TUTTA LA DIOCESI DI FAENZA I fatti del 1631 e del 1688 contribuirono al diffondersi del culto alla Madonna delle Grazie per tutta la Diocesi di Faenza. La prima città della Diocesi che ne accolse il culto fu Brisighella ove ben presto fu invocata come protettrice di tutta la valle del Lamone (val d'Amone). Cosi dal 1631, per i timori continui della peste e dal 1688, per il ripetersi delle scosse telluriche, la Madonna delle Grazie fu invocata come unico rifugio contro tali pericoli, da ogni parte della diocesi. Vogliamo qui ricordare e rendere il dovuto omaggio ai famosi ceramisti di Faenza perché per loro merito il culto si diffuse rapidamente in tutta la diocesi e anche fuori dei suoi confini. Quelle frecce spezzate nelle mani della Vergine, la devota in preghiera, il panorama faentino così suggestivo con il ponte delle torri ai piedi della collina in fiore, erano motivi più che sufficienti per invogliare anche i principianti e i poveri artigiani a tentare di realizzarsi in questo tema. I pochi esemplari datati, sono di questi anni. La diffusione del culto alla Madonna delle Grazie in tutta la diocesi di Faenza, che ogni giorno più si consolidava, indusse il vescovo Card. Giulio Piazza a chiedere alla Congregazione dei Riti di poter estendere a tutta la diocesi di Faenza l'ufficio e la Messa della Madonna delle Grazie già concesso ai Domenicani di S. Andrea in Vineis. Il permesso fu concesso con decreto del 25 aprile 1722. Da quell'anno in tutta la diocesi di Faenza nella seconda Domenica di maggio si celebrò liturgicamente la festa della Madonna delle Grazie. LA MADONNA DELLE GRAZIE IN POLONIA Mentre il culto della Madonna delle Grazie si estendeva in tutta la diocesi faentina un nostro sacerdote ne diffondeva la devozione anche in Polonia e precisamente a Varsavia. Questo sacerdote era il Padre Giacinto Orselli di Brisighella. Nato circa l'anno 1607, il 1 novembre 1633 indossava l'abito degli Scolopi a Roma, forse per le mani dello stesso S. Giuseppe Calasanzio: era entrato nella congregazione già sacerdote: poco più di un anno dopo (6 gennaio 1635) fece la professione religiosa. Negli anni della grande peste (1629 - 31) era o seminarista a Faenza o giovane sacerdote a Brisighella e con molta probabilità assistette in S. Andrea in Vineis all'incoronazione della Madonna delle Grazie il 18 maggio 1631. Giacinto Orselli nel 1642 fu inviato da S. Giuseppe Calasanzio a Varsavia alle dipendenze del Padre Onofrio Conti provinciale della Germania, e aprì la prima casa degli Scolopi presso la chiesa dei Ss. Primo e Feliciano, ne fu il primo superiore e vi rimase dieci anni. Nel 1651 in Varsavia scoppio una violenta pestilenza e l'Orselli, memore degli avvenimenti di Faenza di venti anni prima, mise immediatamente la sua casa religiosa sub tutela B.M. V. de gratiis e introdusse il culto alla nostra Madonna delle Grazie. Ricevuta un'immagine da Faenza o, come e più probabile, fatta dipingere a Varsavia un'immagine simile a quella che lui stesso aveva venerato a Faenza in S. Andrea in Vineis, la mise in venerazione con grande solennità nella sua Chiesa dei Santi Primo e Feliciano: il 24 marzo 1651 il Nunzio Apostolico Giovanni de Torres incoronò l'Immagine e ne consacrò l'altare alla presenza dello stesso re di Polonia Giovanni Casinaro(13). LA TRASLAZIONE IN CATTEDRALE II 13 maggio 1759
si celebrò (essendo la seconda Domenica) la Festa della Madonna
delle Grazie in S. Domenico. Tre giorni dopo, Mercoledì 16 maggio,
di notte, i Domenicani(14) aprirono nel loro chiostro il muro nel punto
corrispondente all'altare della Madonna delle Grazie e ne estrassero l'Immagine
della Madonna la quale era incassata dentro a chiavi di quercia per essere
questa dipinta sul muro ed essere già da molto tempo stato segato
il muro e incassata(15). I Domenicani avevano incominciato il giorno avanti
a demolire la loro vecchia chiesa per costruirne una nuova, l'attuale.
Ma, nella mattinata, la notizia si sparse come un fulmine per la città.
I Confratelli della Madonna delle Grazie ricorsero immediatamente al Vescovo
Antonio Cantoni per protestare contro l'operato dei Padri, come se avessero
commesso un sacrilego sopruso. Il vescovo convocò il priore padre
Antonio Tampieri da Trento per essere informato dell'accaduto. Ebbe per
risposta che il priore era assente. Intanto a porte ermeticamente chiuse,
tanto della chiesa che del convento, l'immagine fu sistemata nella sacrestia
ove le era stato preparato l'altare maggiore. I Confratelli delle Grazie
e i Domenicani già da tempo erano in conflitto per diritti, che
presumevano inalienabili, sulla venerata immagine. Questo spiega il fatto
che tre giorni dopo (19 maggio 1759) molta quantità di questo popolo
sia ecclesiastico che secolare nobile e ignobile moltissimi contadini
in quantità, tutto questo popolo in numero di 300 si portò
davanti a questo ill.mo Magistrato per protestare contro l'arbitrio dei
frati e per ricordare che la sacrestia non poteva essere sufficiente per
la venerazione che riscuoteva l'Immagine e meno che meno per la novena
e la festa del prossimo anno. Conviene pensare che
i Confratelli gonfiassero di proposito la cosa, infatti, il 22 maggio
1759 giunse staffetta a questo Governatore dal Sig. Cord. Stoppani Legato
di Romagna con lettera nella quale de.to Em.mo si meravigliava che non
fosse stato inteso della sollevazione accaduta verso 1 P.P. Domenicani
per causa del furtivo trasporto della B. V. delle Grazie nella Sacrestia.
Il Cardinale molto preoccupato chiedeva che i quattro pretesi capi del
sopruso fossero incarcerati e dava ordine di servirsi dei soldati in caso
non fossero li sbirri sufficienti per la difesa del Convento di S. Domenico...Il
Governatore, il Magistrato e il Vescovo con lettere personali rassicurarono
Sua Eminenza che non si era trattato di vera sollevazione, ma che la Confraternita
e alcuni altri del popolo avevano chiesto la ricognizione della immagine.
Il Cardinale Stoppani non chiese altro. I Domenicani ricorsero a Roma
al Tribunale dell'Uditore della Camera Apostolica. Per un po' di tempo
il fuoco covò sotto la cenere. Infatti i Padri diedero inizio alla
Novena in preparazione alla festa, che in quell'anno cadeva il giorno
11 maggio, nella loro sacrestia, come nulla fosse successo. Ma adi 2 maggio
1760: Una gran quantità di persone, nobili, cittadini, contadini
vicino aln. di 150 si presentarono al Magistrato per chiedere che l'immagine
della Madonna delle Grazie fosse portata in una chiesa più ampia,
perché la sacrestia dei Domenicani era troppo angusta per la prossima
festa. Il Magistrato li mandò dal Vicario generale essendo il vescovo
in visita per la diocesi. Il vicario che era Giambattista Salvini di Foligno
disse che avrebbe scritto al Vescovo, ma che non credeva che la cosa si
potesse risolvere facilmente stante la lite vertente in Roma fra i Confratelli
della Compagnia e i PP. Domenicani. Ma a Roma la Confraternita aveva un
avvocato di grossissimo calibro: Mons. Gian Carlo Boschi faentino e confratello
delle Grazie amicissimo di quattro pontefici(18) e maestro di camera di
Clemente XIII. Infatti, nella notte fra il 9 e il 10 maggio arrivo da
Roma una staffetta a Mons. Vescovo con ordine di Sua Santità di
trasportare l'immagine della Madonna delle Grazie in una Chiesa ampia
e conveniente per celebrarvi la festa. Il Cantoni decise subito di trasportarla
in Cattedrale. La mattina per tempo il Vescovo fece avvisare i Domenicani,
il Magistrato e il Governatore dell'ordine ricevuto. Il vicario Giambattista
Salvini col Governatore Camillo Orselli si portarono a S. Domenico per
concertare il modo del trasporto. I Padri amareggiati opposero che si
poteva danneggiare l'immagine che era un affresco e per di più
distaccata dal muro originario e appiccicata alla meglio sopra un pezzo
di pietra arenaria. Furono convocati alcuni capomastri della città
che, dopo accurato esame, credettero di poter assicurare che non vi era
alcun pericolo dato che l'affresco era stretto e ben legato in una cassa
di quercia. I Padri non poterono opporre resistenza giacché il
decreto della notte antecedente dava facoltà al Vescovo di servirsi
del braccio secolare e de soldati e ciò non bastando anche del
braccio della Legazione se fosse stata fatta resistenza dalli frati. Tuttavia
i Padri Domenicani pretesero che non fosse permesso ai Confratelli delle
Grazie ne di reggere il baldacchino sopra l'immagine ne di dirigere la
processione. I Confratelli, forse saggiamente consigliati a non voler
stravincere, si rassegnarono(19). Con la traslazione dell'Immagine della Madonna delle Grazie in Duomo incomincia, si può dire, una nuova storia. La santa Vergine continua ad essere invocata particolarmente: per malattie degli uomini (peste, colera, febbri maligne e quando l'influenza diviene più pericolosa); per le malattie del bestiame, infezioni che a volte furono una vera sciagura per i contadini allora cosi ingiustamente retribuiti; contro gli insetti che spesso rovinavano le piantagioni e contro il terremoto. I cronisti citano, anno per anno, stagione per stagione, i tridui che si ripetevano in tali occasioni. Allora era un avvenimento lo scoprimento della Immagine (24). Quando avveniva correva immediatamente la voce: hanno scoperto la Madonna, il che indicava che l'autorità riconosceva la gravita della situazione. Girolamo Zucchini nelle sue Memorie storiche... di Maria Vergine delle Grazie (25) ci parla del male epidemico che negli anni 1714 e 1715 minaccio di distruggere tutto il bestiame. Appena manifestatasi la infezione, fu scoperta la miracolosa Immagine. Il popolo tutto della città e del contado accorse a venerarla, e ad implorare la sua efficace protezione in si luttuosa circostanza. Celebri si resero in tale occasione i cordoncini, che uguagliando la misura della prodigiosa Immagine e santificati coll'applicazione alla stessa immagine, furono apposti al collo delle bestie.Questo mirabile preservativo dissipo la maligna infezione, e salvo i tanto utili, e necessari armenti. Questi atti di pietà, oggi non più accettabili (26) indicano, tuttavia, con quanta fede i nostri padri ricorsero alla Madonna delle Grazie. TERREMOTO DEL 1781 Erano passati tredici anni dall'inaugurazione del nuovo altare quando il terremoto divenne l'assillo più grave dei faentini. Il giorno 11 giugno 1778 alle 10 in punto (orario 1778) (27) si senti una terribile scossa di terremoto che durò un buon minuto. Fu l'inizio di una lunga serie di scosse telluriche che per anni tormentò la nostra regione: il culmine di questa calamità si ebbe (per Faenza) nel 1781 : le scosse più gravi di quell'anno furono il 4 aprile e il 17 luglio. I faentini ricorsero per essere protetti alla Madonna delle Grazie. Non è certo in quale circostanza, per la prima volta, fu invocata la Madonna delle Grazie contro questo flagello. La prima data certa (come fu detto) è il 1688.Dunque nella notte fra il 4 e il 5 aprile 1781 alle ore 3 e un quarto italiano cioè circa alle ore 22,15 attuali; avvenne questa tremenda scossa di terremoto; il Borsieri la chiama terribilissima... mentre i più vecchi non rammentavansi d'altra consimile. Girolamo Zucchini scriveva nel medesimo anno(28): verso le tre e venti minuti preceduto da un cupo, e mugghiante rombo accade un si fiero ed orribile scuotimento della Terra... per lo spazio di un minuto furono spinti e respinti gli umili, e superbi edifici di Faenza. L'impeto veemente... la durata della terribile scossa doveva, a parere comune, trarre in ruina la maggior parte della città... cosicché... cessato lo scuotimento... parve a chiunque... d'essere uscito dal sepolcro. Con parole simili descrivono quel tragico minuto anche gli altri cronisti. Il terremoto fu contemporaneamente ondulatorio e sussultorio. La notte era piovosa. Nonostante il maltempo, i faentini fuggiti di casa corsero in gran numero alle porte della Cattedrale che naturalmente erano chiuse.Al sorger del giorno si ebbe una idea della gravita delle distruzioni operate dallo scisma e il Duomo, nonostante i gravissimi danni subiti, si riempì tosto di fedeli. Fu scoperta l'Immagine della Madonna delle Grazie che rimase cosi esposta alla pubblica venerazione fino al Sabato seguente. Il 4 aprile era, quell'anno, il Mercoledì di Passione. Pur ripetendosi di tanto in tanto qualche scossa di terremoto più o meno grave, non furono fatte in Cattedrale altre funzioni che quelle della Settimana Santa. Passata la quindicina di Pasqua (8-22 aprile) turbata quasi ogni giorno da scosse telluriche si pensò a solennizzare con la massima devozione la Festa delle Grazie che quell'anno cadeva il 13 maggio. Il Vescovo Vitale Giuseppe De' Buoi volle che tutte le funzioni avessero uno spiccato senso penitenziale. Preparò una Lettera pastorale per tutta la Diocesi (29). Nella prima parte del suo scritto il Vescovo insisteva sul pensiero che la presente gravissima calamità era stata causata dai peccati commessi e invitava alla conversione e alla penitenza. Nella seconda parte dava disposizione per la novena e la festa. Il giorno 28 aprile doveva essere scoperta l'Immagine, cinque giorni prima del principio della novena, che incominciava il giovedì 3 maggio: il Vescovo concedeva l'indulgenza di 40 giorni per ogni funzione. La vigilia (30) della solennità della Beata Vergine, che sarà il 12 maggio, verrà dedicata alla pubblica mortificazione del digiuno, che noi intimiamo alla sola città e della Processione di Penitenza. Alla processione era invitato tutto il clero e tutti gli altri che avevano l'obbligo di intervenire alla processione del Corpus Domini. La processione partendo dal Duomo doveva raggiungere S. Domenico per la strada maggiore (corso Mazzini) di là ritornare in Cattedrale per la strada di S. Francesco (via Campidori). Nel tragitto dovevano essere cantate le Litanie dei Santi in tono flebile. ed era concessa l'indulgenza di 40 giorni ai partecipanti. Per la Domenica 13, Festa della Madonna delle Grazie, il Vescovo invitava tutti alla confessione e comunione per la quale aveva ottenuto da Pio VI l'indulgenza plenaria. L'ultima parte della Lettera raccomandava la preghiera, la penitenza, la perseveranza nei buoni propositi anche dopo la Festa. Consigliava la massima compostezza e devozione per la processione di penitenza e dava ai confessori le più ampie facoltà; invitava i Parroci del Contado ad eccitare la pietà de' loro Popoli di portarsi anch'essi processionalmente, secondo l'uso, a venerare in questi giorni dello scoprimento l'amabilissima comune Avvocata Nostra. Anche i Vicari foranei dovevano indire quelle opere di pietà e penitenza che credevano opportune e per tutta la diocesi era estesa la indulgenza di quaranta giorni o la Plenaria per chi si confessasse e comunicasse. IL VOTO Intanto i Signori pubblici rappresentanti (il Magistrato) nel Consiglio generale, tenuto il 20 maggio, proposero e decisero concordemente che per il corso di cinquanta anni si facessero cantare, a spese pubbliche, una Messa solenne di ringraziamento e l'inno ambrosiano con l'intervento del Magistrato nel giorno anniversario del grande cataclisma, 4 aprile. Gli Atti Consigliavi, esistenti nella Biblioteca Comunale dicono che il Voto fu fatto in contrassegno di gratitudine a Sua Divina Maestà e alla Santissima Vergine delle Grazie per avere preservato questa città dai funesti efetti dell'orribile terremoto. A leggere i Cronisti noi dobbiamo concludere che i faentini del 1781 credettero che la scossa della notte del 4 aprile avrebbe dovuto distruggere la città, mentre gli edifìci furono gravemente danneggiati, ma non crollarono completamente, tanto che una persona sola mori. La campagna attorno a Faenza era stata duramente colpita con distruzione quasi completa di chiese e case e con molti morti. In città si moltiplicarono casi che furono ritenuti miracolosi tanto che il Vescovo De' Buoi volle che il suo Cancelliere don Giambattista Meloni ne istruisse un regolare processo. Ma il terremoto non dava tregua. Il giorno 11 luglio e nella notte seguente gravi e ripetute scosse seminarono il terrore nella popolazione. Nonostante il gravissimo pericolo i fedeli continuavano ad accalcarsi in Duomo davanti all'Altare della Madonna delle Grazie. Il Vescovo non potendo più acconsentire che in cosi grave pericolo si continuasse a funzionare in Cattedrale decise di fare trasportare l'Immagine all'aperto: fu scelta la piazza del Vescovado (XI febbraio). Si preparò l'altare, con molti drappi, lampade e candelabri, appoggiato alla casa di Fanti (oggi Benedetti); furono stesi tendoni e coperte per riparare al possibile i fedeli dai cocenti raggi del sole di luglio e il giorno 15, mentre tutte le campane della città suonavano, la prodigiosa Immagine tra divoti cantici... corteggiata da numeroso e affollato Popolo fu trasportata sull'altare che le era stato preparato e li per quindici giorni si svolsero le funzioni e si celebrarono le Messe. Quanto era stata saggia e opportuna la decisione del Vescovo lo si vide due giorni dopo, 17 luglio. Mentre circa le ore nove (ora attuale) si cantava Messa nella Piazzetta, dice Girolamo Zucchini (31): successe un gravissimo tumulto per l'orribilissima scossa di terremoto. Finito appena l'Introito della solenne Messa, un gravissimo scoppio rimbombò all'orecchio di tutti, e per un breve spazio di tempo con veemente sussulto, e con rapido ondeggiamento traballo l'irrequieto suolo. Fu interrotta la celebrazione della Messa e il Vescovo De' Buoi cercò, con la sua vibrante eloquenza, di calmare i presenti. Ma intanto la Piazzetta andava accalcandosi sempre più: la gente fuggita di casa accorreva all'Altare della Madonna dove era ripresa la Messa. Ma terminata appena e dopo la benedizione data dal Vescovo la terrà tremò ancora: si ripeterono grida di spavento e il Vescovo parlò di nuovo invitando a perseverare nella preghiera e nei buoni propositi. In quei quindici giorni fu un susseguirsi continuo di pellegrinaggi da ogni parte della diocesi. Lo Zucchini nota con particolare compiacenza quello del clero effettuato la notte del 22 luglio: giorno di Santa Maria Maddalena. Alle nove di sera (ora attuale) tutto il Clero preceduto dal Vescovo che portava la Croce intraprese la visita alle sette chiese accompagnato dai confratelli delle Grazie che portavano torce accese. Al ritorno la Piazzetta non poteva contenere i presenti, perché moltissimi uomini si erano uniti al corteo dei sacerdoti, mentre le donne, per consiglio del Vescovo, si erano fermate in preghiera davanti all'Immagine della Vergine. Dopo quella tremenda giornata del 17 luglio, il terremoto continuò a farsi sentire di tanto in tanto, ma abbastanza leggermente e il Vescovo De' Buoi decise di riportare l'Immagine al suo Altare in Cattedrale e volle dare alla processione la massima solennità possibile. Tutto il clero era presente con gli apparati migliori di cui si poteva disporre; il Vescovo vestito pontificalmente precedeva la sacra Immagine portata sotto prezioso baldacchino dai Confratelli delle Grazie e attorniata da numerose torce accese; seguiva il Magistrato e tutte le campane della città suonavano a festa. Per via Dogana si entrò nel corso del Ponte (Saffi) e giunti in Piazza si fece il giro completo lungo i loggiati sfarzosamente apparati di damaschi e di torce. Posta l'Immagine sulla gradinata del Duomo, si cantò il Tè Deum. Finito l'inno ambrosiano, supplice si prostese ai piedi di Maria l'ill.mo Magistrato. Il signor Bartolomeo de Pazzi Capo-Priore a nome di tutto il Popolo presentò all'amabile Preservatrice le Chiavi delle Porte della Città, acciò sempre tutti i cittadini riconoscessero Maria delle Grazie per assoluta Patrona e Regina della fortunata loro patria (32). Dopo parole di conforto e di esortazione, il vescovo terminò battendo le mani e dicendo: La grazia è fatta. Maria delle Grazie ci ha salvati tutti. Evviva Maria, evviva Maria, cui fecero eco tutti i presenti ripetendo: viva Maria, viva Maria! Quindi la sacra Immagine fu portata al suo Altare dai confratelli, ma non fu permesso al popolo di entrare in Duomo per evitare qualunque tumulto, poiché tale era l'affluenza del popolo che fu reputato l'augusto Tempio incapace di contenerlo(33). Il terremoto continuò a farsi sentire di tanto in tanto e per anni e anni, non più, però, come nelle tremende giornate del 4 aprile o del 17 luglio 1781. Nel 1832 scadevano i cinquanta anni; ma il Voto fu rinnovato per altri cinquanta cioè fino al 1881, perché ancora ogni tanto si faceva sentire il terremoto e alle volte con scosse abbastanza gravi. L'IMMAGINE DELLE GRAZIE SULLE PORTE DELLA CITTÀ L'Anno 1835 portò all'Italia una grave preoccupazione: in Francia, a Marsilia si erano verifìcati casi mortali di cholera morbus o cholera asiatico. Di là l'epidemia era presto entrata in Italia ed erano state colpite le città di Torino, Cuneo e Genova. A Cuneo in tre giorni (fine luglio 1835) vi erano stati sessantun casi con diciotto decessi(34). Ben presto il morbo dilagò nell'alta Italia e lentamente ma inesorabilmente si avvicinava alla Romagna. Senza alcun dubbio vi fu almeno un caso anche a Faenza, fortunatamente non mortale (23 luglio 1836). Ai primi avvisi del dilagare del malanno la Commissione speciale di Sanità di Faenza mise il massimo impegno per prevenire e combattere la pestilenza e si credette opportuno e giusto ricorrere al valevole patrocinio di Maria Santissima con piena fiducia ed affètto. Un primo triduo venne indetto nell'agosto 1835 per i giorni 11-12-13 dal Gonfaloniere e dal Vicario generale della diocesi. Un ottavario di preghiere si fece nel settembre seguente, ma facendosi il pericolo sempre più grave e imminente nel luglio del 1836 altri due tridui vennero indetti dal Gonfaloniere Carlo Zucchini e dal Vescovo Giovanni Benedetto Folicaldi. Le spese erano sostenute dal Consiglio comunale. Nella seduta Consigliare del 25 agosto 18 36... il Deputato Ecclesiastico Sig. Parroco Antonio Bertoni ha preso la parola e ha detto che per quei sentimenti di devozione, da cui ognuno deve essere penetrato verso Maria SS.ma delle Grazie singolare protettrice di questa città e suo territorio... gli sembra conveniente e doveroso... massimo nell'attuale momento in cui siamo minacciati dal Cholera Asiatico, di aggiungere alle sacre funzioni in Chiesa... il desiderato collocamento nei muri esterni delle sei porte della città, dell'Immagine di Maria SS.ma delle Grazie... La proposta fu immediatamente accolta. Si formò, a proposito, una commissione, ne faceva parte lo stesso parroco Bertoni, la quale diede incarico al sacerdote Don Domenico Valenti di preparare un progetto. Il Valenti, giovane sacerdote, nato nel 1809, per naturale disposizione era un ottimo plasticatore e per hobby aveva frequentato la bottega dei famosi Collina-Graziani. Il suo progetto piacque e gli fu dato l'incarico ufficiale. Il 3 ottobre 1836 in Consiglio si accettò la spesa necessaria e Don Valenti si mise al lavoro. Alla metà di luglio (1837) la sua fatica era terminata: il quadro rettangolare in terracotta (mt. 1,50 x 1,80) contiene in un ovale l'apparizione della Madonna alla matrona Giovanna inginocchiata; da un lato si vede una torre merlata del ponte romano. L'ovale è sormontato da una corona mentre sotto ha un cartiglio con le parole. MATRI GRATIARUM Ai quattro angoli, in altrettanti tondi i quattro Santi protettori di Faenza: Savino, Pier Damiano, Emiliano e Terenzio. Le sei Immagini furono murate sulle porte. Il Gonfaloniere il 28 settembre fece affìggere un invito alla cittadinanza per il giorno 8 ottobre 1837, domenica della benedizione e inaugurazione. I giorni 6 e 7 furono giornate di preghiera e di preparazione. La sera del sabato 7 ottobre le campane di tutta la città suonarono a festa a lungo. La domenica mattina, 8 ottobre, in tutte le Messe si insistette, perché nel pomeriggio tutti prendessero parte alla solenne benedizione delle Immagini. Il Vescovo Folicaldi tenne Pontificale in Duomo con una calda omelia. Nel pomeriggio alle ore 15 sfilò una solennissima processione per via degli Angeli (XX Settembre) via Ferrata (corso Baccarini) e corso di Porta imolese (Mazzini) e usci dalla detta porta. Il corteo fu imponente: tutto il clero regolare e secolare, le confraternite con labari e croci, il Capitolo, il Gonfaloniere, la Magistratura, il Governatore ed una immensa folla di popolo. Il Vescovo benedisse l'Immagine e da un alto palco parlò ai presenti. Due ore prima di questa funzione i rispettivi Parroci, a ciò delegati, avevano benedetto le Immagini delle altre cinque Porte. La giornata fu chiusa con una grande illuminazione della città. Tutte le case, da quelle dei corsi e delle piazze fino a quelle delle strade secondarie e dei più umili vicoli erano illuminate a festa. LA LAMPADA VOTIVA Venti anni dopo queste solenni cerimonie il cholera morbus o morbo asiatico entrò realmente in Faenza e molte furono le vittime: dal 25 febbraio, giorno in cui fu accertata la presenza del morbo, al 20 settembre si contarono intorno a 1065 casi con circa 700 morti e non sono pochi! La festa di maggio di quel 1855 si svolse in questa situazione particolare: il cholera nel maggio ebbe una stasi, però si temeva il peggio per la grande estate. Si voleva celebrare la Festa con più solennità per la definizione dogmatica della Immacolata Concezione di Maria (8 dicembre 1854) in più il Papa Pio IX era uscito illeso da un grave incidente (12 aprile 1855) e volendo ringraziare la Provvidenza divina per aver assistito il Pontefice, la Magistratura offriva per lo scopo cento scudi. Cosi la seconda Domenica, 13 maggio, fu particolarmente solenne. Ma, come si era temuto, nel mese di giugno il morbo si fece molto pericoloso e la Magistratura il 23 giugno chiese al Vescovo un triduo alla Madonna delle Grazie. Il Vescovo Folicaldi, indubbiamente perplesso, quasi un mese dopo (18 luglio) informò il Gonfaloniere che aveva deciso di permettere il triduo e ne chiedeva il parere. Subito il giorno seguente fu interpellata la Commissione di Sanità la quale non pose un veto ma con un gran giro di parole e ponendo l'autorità del Muratori e del Card. Castaidi, persone piissime e sapienti, fece capire non essere prudente, in tali circostanze, un accumulamento di persone. La Magistratura, forte di questo giudizio, scrisse a Mons. Vescovo che non poteva convenire sulla proposta di Sua Eccellenza. La lettera, prevedendo la reazione di Mons. Folicaldi, aggiungeva che la decisione era consigliata solo dalla prudenza, dato che la Magistratura era composta da persone che si vantavano di seguire mai sempre gli impulsi della religione. Giovanni Benedetto Folicaldi non fece attendere la sua risposta (21 luglio) nella quale, senza tanti complimenti, faceva notare come pochi giorni prima si era aperto il Teatro nel quale radunavasi molta gente d'ogni classe, senza procurarsi il voto della Sanità. La risposta molto rispettosamente faceva notare la differenza delle condizioni della salute pubblica dalla data dell'apertura del teatro a quella presente: e questo era vero, il morbo si estendeva sempre più. Il 27 luglio la Magistratura faceva sapere a Mons. Vescovo di voler fare celebrare nella Chiesa Cattedrale, e precisamente all'altare della B. V. delle Grazie un numero di Messe, per un tempo indeterminato, onde con la di Lei valevole intercessione cessi in questa citta e suo contado il Morbo Asiatico.Col passare del caldo l'infezione andò scemando tanto che alla fine di settembre si poteva dire completamente scomparsa. Infatti il 7 ottobre il Gonfaloniere Rodolfo Zauli-Naldi concertava con Mons. Vescovo due sacre funzioni: la prima in suffragio dei morti per il contagio da celebrarsi il 13 ottobre; la seconda, da celebrarsi il giorno seguente, in ringraziamento alla Madonna delle Grazie per la cessazione del cholera morbus con Messa e Tè Deum. Quando il 20 luglio la Magistratura aveva assicurato Mons. Vescovo che era mossa sola da prudenza nel non convenire sulla opportunità del Triduo aveva detto la verità, perciò ora si faceva premura di comunicargli che il 27 luglio non si era disposto solo di fare celebrare Messe all'Altare della Madonna delle Grazie onde chiedere le cessazione del cholera ma fin da quell'epoca avemmo il religioso pensiero, tosto che ne fossimo liberati, di arrivare al modo di mostrare a Maria stessa la devota riconoscenza dei Faentini coll'esibire un'offerta che rimanesse a perpetua memoria della grazia ricevuta da Lei e della devozione del popolo faentino alla Gran Madre sua Proteggitrice. L'offerta consisteva in una lampada tutta d'argento. Mons. Folicaldi si mostrò molto soddisfatto ed espresse il suo compiacimento con lettera del 13 ottobre piena di elogi alla Magistratura per 'Apio e nobile divisamente. La bellissima lampada eseguita dal cesellatore faentino Giovanni Baccarini riuscì veramente un'opera d'arte e fu pronta per la Festa del 1857. Porta questa iscrizione: D. N. MARIAE GRATIARUM
OB LUEM Fu consegnata la sera del 9 maggio 1857 davanti all'Altare della Madonna delle Grazie e il giorno dopo, seconda domenica, nella solenne Festa annuale la bella lampada splendeva luminosa davanti alla Patrona di Faenza. IlI CENTENARIO DELL'
INCORONAZIONE: Come abbiamo accennato nel 1832 scadevano i cinquant'anni del Voto fatto il 20 maggio 1781, ma siccome i Faentini non erano sereni per il terremoto che ancora di tanto in tanto si faceva sentire e, alle volte, abbastanza fortemente, la Confraternita chiese al Consiglio Comunale che il Voto fosse rinnovato per altri cinquanta anni e nella Seduta Consigliare del 22 maggio 1832, tutti i Consiglieri intervenuti lo approvarono per acclamazione. Nel 1881 si celebrarono grandi feste centenarie con grandi apparati, grandi musiche, grandi luminarie e fuochi d'artifìcio come era in uso a quei tempi. Non fu trascurata la parte pastorale. Il 27 aprile si incominciò la novena con l'Immagine sull'Altare maggiore, cosa rarissima allora. Ogni mattina si scopriva l'Immagine alle ore 4 e per tutta la giornata era un susseguirsi di messe, funzioni e preghiere. Le orazioni panegiriche furono tenute dal Can.co Rossi, da Mons. Gioacchino Cantagalli allora vescovo di Cagli e Pergola e dal Vescovo di Faenza Mons. Angelo Pianori. Il giorno della festa centenaria - Domenica 8 maggio - si incominciò la celebrazione delle Sante Messe alle ore 3. Al termine si decise di continuare il Voto fino al 1910 (35). La festa del Voto si celebra ancora. Nel 1931 si celebrò il 3° Centenario della incoronazione della Vergine. Questo centenario non solo fu realmente celebrato, ma riuscì solen-nissimo per due circostanze di massima importanza: la proclamazione della Madonna delle Grazie a Patrona principale della città e diocesi (36) e l'Incoronazione dell'Immagine a nome del Sommo Pontefice (37). Si incominciò con le Sante Missioni. Il Vescovo diocesano Mons. Antonio Scarante aveva indirizzata una sua Notificazione alla Diocesi per predisporla alla grandiosa celebrazione. La domenica 3 maggio, con la lettura del Decreto della Sacra Congregazione dei Riti, si ebbe la solenne proclamazione della B. V. delle Grazie a Patrona Principale della Città e Diocesi alla presenza delle Autorità Cittadine e di una enorme folla acclamante mentre tutte le campane della città e diocesi salutavano il memorando avvenimento (38). Nella domenica 10 maggio, dopo la Messa Pontificale, alle ore 12 il Cardinale Michele Lega incoronava NOMINE PONTIFICIA, la Taumaturga Immagine con un prezioso diadema offerto dalla città di Faenza. Presenziava anche una delegazione Polacca composta di sacerdoti e chierici del Pontifìcio Collegio Polacco di Roma. Le solennità si conclusero con una trionfale Processione per le vie della città sotto una pioggia di fiori, tra continue acclamazioni e con l'Atto di consacrazione della Città e Diocesi alla Celeste Patrona letto dal Vescovo Antonio Scarante nella Piazza Maggiore di Faenza. Nel 1981, ricorrendo il secondo Centenario del "Voto" e il 350° anniversario dell'incoronazione dell'Immagine della B.V. delle Grazie, patrocinate dall'Arci confraternita e animate dal Massaro Mons. Giovanni Bertoni, Parroco della Cattedrale, si svolsero varie manifestazioni religiose, culturali e artistiche, tra cui la XX Settimana Mariana Nazionale dal 7 all'11 Settembre 1981, con mostre d'arte, mostra del libro liturgico e serate artistiche. Con un'imponente Processione notturna "au flambeaux" la Venerata Immagine fu portata il venerdì 8 Maggio, dalla Chiesa del Paradiso, per Corso Mazzini, fino alla Piazza del Popolo, gremita di fedeli provenienti da tutte le Parrocchie della Diocesi, dove il Vescovo Diocesano Mons. Marino Bergonzini rinnovò l'Atto di Affidamento della Città e Diocesi alla Celeste Patrona. La venuta del S. Padre Giovanni Paolo II a Faenza il 10 Maggio 1986 e stata gradita occasione per far benedire 5 Immagini della B.V. delle Grazie che sono state collocate nei pressi delle antiche porte della città e nelle festività della Vergine vengono ornate di fiori dai fedeli come atto di omaggio e di devozione. La scritta dice: NEL 1836 L'EFFIGIE
DELLA MADONNA DELLE GRAZIE ORNO' PORTA... CHE QUI SORGEVA. La data di collocazione poi è slittata al 10 ottobre 1987, a ricordo del centenario suddetto. In quella occasione, alla fine della solenne celebrazione svoltasi nella gremita Piazza del Popolo, il Papa Giovanni Paolo II ha lasciato questo messaggio alla Diocesi, che è un programma: "Lascio alla vostra città e Chiesa di Faenza questa missione che viene espressa con il nome amatissimo della Madonna, Maria Vergine Madre di Dio delle Grazie. Vorrei offrirvi di nuovo questo CARISMA con cui la vostra Chiesa vive da tanti secoli e che viene espresso con questa Immagine, tradizione, religiosità e devozione alla Madonna delle Grazie. Nel 1991, per la celebrazione decennale di quell'avvenimento, il venerdì precedente la Festa solenne, si e svolto il Pellegrinaggio Cittadino a partire da quattro punti della città, idealmente le quattro porte, riunendosi in Cattedrale, dove il Vescovo con il clero e i fedeli rinnovò l'Atto di Affidamento della città e Diocesi alla Vergine delle Grazie. Mons. Francesco Tarcisio Bertozzi ha stabilito che questo rito si compia ogni anno come voto alla nostra Dolce Madre e Regina. Il suo Altare nel transetto della Cattedrale è Santuario Cittadino dove ogni giorno si celebrano Sante Messe e numerosi fedeli si recano a pregare la Vergine Santa che dal suo trono di gloria elargisce le sue Grazie celesti con amore di Madre. (1) In altri scritti
è detta: a Gratiis (de Gratia, a Gratia) Beata Virgo a Graciis
oppure Sancta Maria dale Gratie e infine: B. Maria Virgo Gratiarum, ora
è chiamata abitualmente la Madonna delle Grazie.
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