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Sperandio Savelli, Medaglione di Galeotto Manfredi (particolare)
 
 
    I Manfredi e le arti a Faenza  
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Come per altre signorie della Romagna, anche quella dei Manfredi ha segnato in maniera qualificante il volto artistico e la cultura della città. Già nel periodo medievale si deve ai Manfredi la chiamata a Faenza dei famosi pittori della scuola giottesca riminese, che affrescarono una cappella del loro Palazzo con una grandiosa Crocifissione e Santi di cui restano oggi solo pochi frammenti in Pinacoteca, per quanto l’intera decorazione, che si svolgeva su più pareti, sia descritta nel 1883 dall’Argnani che ancora la vedeva integra.
Ma è soprattutto nel Quattrocento, con le Signorie di Astorgio II e di Galeotto, che Faenza si apre alle correnti rinascimentali e acquista un nuovo volto. La principale direzione di cultura è Firenze, conseguente anche alle alleanza politiche dei Manfredi. Questo è un fatto nuovo anche perché fino allora l’arte a Faenza aveva risentito soprattutto l’influenza di Bologna e Venezia, come mostra ancora il polittico tardogotico del Maestro di San Pier Damiano, di cui restano quattro tavole inserite nella cantoria, di committenza manfrediana. Ora sono gli stessi artisti toscani che lasciano in città forti testimonianze del nuovo corso fiorentino. La testimonianza più eclatante è il grandioso Duomo, voluto da Federico Manfredi, vescovo dal 1470 al 1477 e quindi proseguito con Galeotto. Autore del progetto è il fiorentino GIULIANO DA MAIANO, seguace del Brunelleschi, a cui si ispira il rigore razionale e insieme classico dell’interno, dalla luce diffusa e dalla sobria decorazione, dove spiccano i grandi stemmi manfrediani in maiolica policroma di ANDREA DELLA ROBBIA e dove raffinate sculture di scuola toscana ornano le tombe dei Santi protettori come nella cappella di San Savino, assegnata a BENEDETTO DA MAIANO e più di recente ad ANTONIO ROSSELLINO.
Anche in pittura si registra l’apertura alle correnti fiorentine con l’attività di BIAGIO D’ANTONIO, senz’altro favorita dai Manfredi. Non a caso, il pittore appare per la prima volta a Faenza nel 1475 nella pala commissionatagli dai Ragnoli, i tesorieri della Si-gnoria. La pala è emigrata negli Stati Uniti, ma ancor oggi entrando negli edifici che furono le antiche case
dei Manfredi e dei Ragnoli, si resta colpiti da dettagli di grande eleganza come arcate, capitelli, cornici in cotto con motivi floreali di stretta marca fiorentina.
L’influenza dei Manfredi nella vita artistica faentina si intreccia spesso con quella religiosa: a loro si deve la costruzione delle chiese dell’Osservanza e di Santo Stefano Vecchio. Questo potente edificio a pianta ottagonale è opera del fiesolano LAPO DI PAGNO PORTIGIANI, impegnato anche nel Duomo e sorretto probabilmente da un progetto di Giuliano da Maiano. E’ noto poi l’appoggio dato al culto del Beato Bertoni che Galeotto volle far tumulare nella propria cappella gentilizia nella chiesa dei Servi e per il quale probabilmente fece fare la bella pala oggi in Pinacoteca.
Anche le arti cosiddette minori conoscono una splendida fioritura. Già Astorgio II aveva gettato le basi di una biblioteca che viene arricchita da Galeotto con preziosi codici, purtroppo venduti poco dopo la sua morte e acquistati dal Re d’Ungheria, Mattia Corvino. Si conserva ancora a Firenze una splendida Bibbia dove tra le miniature di ATTAVANTE e dell’ARGENTA spiccano i vivaci emblemi di Galeotto, tra cui il gallo, come lo chiamava il popolo di Faenza. E’ interessante che in questa Bibbia vi sia una commistione di più botteghe di miniatori sia di Firenze (Attavante), sia di Ferrara (l’Argenta), e anche locali, perché questo favorirà la nascita di un linguaggio molto specifico nella miniatura faentina. Anche la ceramica ha uno dei suoi capitoli più belli nell’età manfrediana. Su piatti, boccali, mattonelle compaiono sempre più spesso gli stemmi dell’Astorre, cioè Astorgio II e la palma fiorita di Galeotto, nonché l’altro motivo dell’occhio di pavone, che per quanto sia di origine bizantina e orientale, la tradizione locale ha voluto collegare all’amore di Galeotto per Cassandra Pavoni.
Accanto alla determinante influenza fiorentina, va valutato anche l’altro asse in direzione di Bologna e Ferrara; quest’ultima città era particolarmente cara a Galeotto che aveva fatto il tirocinio di cavaliere presso la corte estense. L’influenza della raffinata cultura ferrarese si riscontra, ad esempio, nella pala Bertoni, nella miniatura e in molti decori ceramici, come hanno dimostrato gli studi di Carmen Ravanelli Guidotti.

(ANNA TAMBINI)