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Sperandio Savelli, Medaglione di Galeotto Manfredi (particolare)
 
 
    L'uccisione di Galeotto Manfredi. Un quadro di Gaspare Mattioli  
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GASPARE MATTIOLI (1806-1843)
Uccisione di Galeotto Manfredi,
Olio su tela, 133,5x181,5+10, n. inv. 1104

L'opera attualmente è nei depositi della Pinacoteca e, in occasione delle celebrazioni manfrediane del 2013, viene esposta in Pinacoteca dal 5 aprile 2013 al 31 dicembre 2013.

L'inventario del 1917 riferisce al 1836 l'esecuzione di questa opera. Il 1836 è anche l'anno in cui l'autore, Gaspare Mattioli, torna a Faenza l'anno dopo i suoi anni di permanenza a Roma, dove attorno a Tommaso Minardi, «astro fulgente» nella città eterna, era «una folla di satelliti» che tra i primi posti comprendeva sicuramente Gaspare Mattioli come ha ben suggerito Maria Rita Bentini in un articolo pubblicato nel 1993 su "Romagna arte e storia".
Morto nel 1843, a soli 37 anni, Gaspare Mattioli ha dimostrato una notevole ampiezza di interessi, spaziando ben oltre al genere del ritratto per il quale viene per lo più riconosciuto. E' pittore di pale d'altare, pittore di storia, decoratore e figurista, oltrechè litografo con Angiolini a Bologna. Nel quadro della pittura faentina dell'Ottocento la sua produzione appare il capitolo più alto del "purismo" propugnato a Roma da Tommaso Minardi pur senza dimenticare le contaminazioni di altri ambienti accademici con cui l'artista faentino, che ha frequentato anche Firenze, Venezia e Bologna, era in contatto.
L'iconografia di questa opera è particolarmente significativa: è raprpesentato uno dei momenti cruciali della storia di Faenza, l'uccisione di Galeotto Manfredi (1440-1488), dal 1477 Signore della città. Sposatosi nel 1482 con Francesca, figlia di Giovanni II Bentivoglio, Signore di Bologna, fu vittima, il 31 maggio 1488, di una congiura ordita dalla moglie con l'aiuto di quattro sicari.
Dell'episodio viene colto il momento culminante: la fiera e disperata reazione di Galeotto aggredito.
Sauro Casadei di questo quadro ha scritto che è accurata è l'ambientazione della scena e minuziosamente descritti i gesti e l'espressioni dei personaggi, in linea con il più tipico gusto «troubadour».
A Gaspare Mattioli vanno però riconosciute una certa versatilità artistica e capacità anche come pittore di storia, cioè di un genere che per l'Ottocento italiano è area privilegiata in cui registrare il nascere del nuovo immaginario romantico. Un immaginario che attinge i suoi soggetti dalla storia antica, secondo gli indirizzi neoclassici, ma che dal terzo decennio del Novecento vede affacciarsi temi nuovi tratti dal Medio Evo o dalla storia moderna. Le novità della pittura di storia nella «rivoluzione» romantica italiana non si limitano al solo versante iconografico e si uniscono ad esplorazioni linguistiche sul dato sentimentale con forzature espressive che alterano o sconvolgono la regia classicista dello spazio pittorico.
Con queste premesse valutative sulla pittura di storia realizzata nel primo Ottocento, Maria Rita Bentini ha scritto che «il dato più rilevante è la straordinaria violenza espressiva della scena tragica, orchestrata tra esagerazione quasi caricaturale dei volti, teatrale enfasi gestuale e forte contrasto luministico; un esito che è bene considerare nel contesto di una deliberata ricerca volta ad uscire dal calibro compositivo classico del genere storico o dai decantati equilibri puristi che l'artista aveva alle spalle». Un'opera dunque molto innovativa, secondo Maria Rita Bentini, che «intorno al '40, in area romagnola, può contare tra i precedenti visivi solo l'esperienza teatrale del melodramma» e che si caratterizza per il suo sperimentalismo linguistico.

Nota bibliografica:
SAURO CASADEI, Pittura dell'Ottocento e Novecento dalle collezioni della Pinacoteca Comunale di Faenza, Edit Faenza, 1993, pag. 20.
MARIA RITA BENTINI, Intorno a Gaspare Mattioli 'satellite' faentino di Minardi, in «Romagna arte e storia», n. 39, 1993, pp. 47-68.
MARIA RITA BENTINI, Appunti per il primo Ottocento a Faenza: Gaspare Mattioli pittore di storia, in «Torricelliana», n. 44, 1993, pp. 229-253.