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Sperandio Savelli, Medaglione di Galeotto Manfredi (particolare)
 
 
    La Signoria dei Manfredi  
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La signoria manfreda s’insediò all’inizio del 1313 nel palazzo comunale faentino con Francesco Manfredi, in qualità di defensor populi. Egli apparteneva alla fazione guelfa e non aveva nulla da invidiare all’efferatezza che contraddistingueva gli uomini che diedero vita al clima politico delle Romagne ai tempi di Dante.
Se Francesco fu lo spregiudicato politico che portò la famiglia al governo della città, è con Astorgio I (1377-1405) che la signoria si consolida, passando poi al figlio Gian Galeazzo nel 1410. Gian Galeazzo è il principe legislatore del suo casato, a lui sono dovuti gli Statuta Faventiae del 1414, noti come Statuta vetera, rispetto ai nuovi del 1527.
Dopo alterne vicende, nel 1466, Astorgio II continua la dinastia, godendo di un lungo periodo di governo, portando la signoria al suo massimo splendore, non certo eccelso ma degno di nota. Come in precedenza e negli anni successivi, Astorgio II, nel complesso e instabile scacchiere delle signorie italiane in perenne lotta tra loro per la supremazia, combatte al soldo dei fiorentini fino alla Pace di Lodi (1454). Gli anni immediatamente successivi a tale evento furono i più felici per Astorgio, che concepì un grande piano di opere pubbliche per il centro cittadino.
Astorgio muore nel 1468 e gli succede il figlio Carlo e, di seguito, nel 1477 l’altro figlio Galeotto, autentico cultore delle lettere e delle arti, assassinato, secondo la tradizione, dalla moglie Francesca Bentivoglio nel 1488.
Di fatto, da questa data in poi la signoria decade: il piccolo Astorgio III, figlio di Galeotto, viene posto sotto tutela di un Consiglio di reggenza di novantasei membri, che non modifica il legame privilegiato coi Medici, fino alla calata di Carlo VIII su Firenze.
Nel 1495, Faenza cambiò le sue alleanze politiche, optando per la protezione di Venezia e rimase alleata della Serenissima fino a quando, nel 1499, il duca Valentino, su ordine di Alessandro VI Borgia, la cinse d’assedio, costringendola poi alla resa il 25 aprile del 1501. Astorgio III, insieme al fratello Giovanni Evangelista, nonostante le promesse del Valentino, fu imprigionato in Castel Sant’Angelo, strangolato e gettato nel Tevere.
Terminò così nel sangue, allo stesso modo in cui si era affermata, la signoria Manfreda e la città venne annessa al governo della Chiesa.

(ANNA ROSA GENTILINI)