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    La perduta pala di Guido Reni dai Cappuccini di Faenza.  
L'opera del Mese.
Guido Reni, Madonna in trono e i Santi Cristina e Francesco,
cm. 363x219, 1613
Scheda dell'opera
 

 

 

 

 

Guido Reni, Madonna in trono e i Santi Cristina e Francesco, 1613.
Faenza, Pinacoteca Comunale

Il bolognese Francesco Algarotti vide la Pala nei Cappuccini di Faenza e la descrisse in una lettera del 1761 indirizzata a G.Mariette. "Il soggetto ne è una Madonna in Trono, col Bambino in braccio, un San Francesco da lato con le mani giunte in atto di orare, e una Santina dinanzi che si vede meno che di profilo", scrisse Algarotti. In precedenza, il padre Bonaventura Bonfanti da Cento nel 1714 aveva descritto l'opera in un registro storico del Convento dei Cappuccini di Faenza, scrivendo che "la pittura dell'altar maggiore ove si rappresenta la Beatissima Vergine a sedere su un maestoso trono protetta da Bladcchino, e ha il suo Beatissimo Bambino su le ginocchia in atto di benedire il padre San Francesco che vi sta tutto ossequioso in cornu evangelij, e mira ancora tutto grazioso Santa Cristina Vergine Martire titolare di questa nostra chiesa, è opera dell'eccellentissimo pittore Guido Reni".
L'Algarotti nella sua lettera
descrisse meglio il quadro dicendo che l'opera era "di gran forza insieme e di grande soavità". Nel dettaglio scrisse poi che "la composizione del quadro, e un panno di colore cangiante che riveste la santa, ben msotrano quanto egli avesse in mente il favorito suo Paolo, e per gli andari delle pieghe quanto studio avesse posto in Alberto Durero; benchè maggiore studio fu sopra il vero; e di ciò ne fa abbastanza fede l'abito di san Francesco, piazzato di falde, poco cedente al nudo, il più da Cappuccino che di vedere immaginare un si possa. La testa della Madonna, piena di maestà e di bellezza, è ricavata dalla Niobe, chè questa ed altre cose greche erano le sue visioni di angioli, siccome egli diceva, dà quale egli ritraeva le sue arie di volto.
Il dipinto è sempre stato considerato opera della maturità di Guido Reni e come tale datato, ovvero è sempre stato considerato opera realizzata tra il 1630 e il 1632.
Donatella Biagi Maino nel 1986 ha invece reso nota la data di commissione che risale al 1613. Commisionario dell'opera fu Vincenzo Serpa "nobilissimo bolognese - secondo la nota storica del 1714 di p. Bonaventura - quale vestitosi cappuccino professò poi anche chierico lo 29 novembre di questo istesso anno di Ravenna e col nome di frà Illuminato da Bologna che poi morì sacerdote nella stessa sua patria 1669".
Poco dopo questa pala i cappuccini, evidentemente soddisfatti dell'opera di Guido Reni, gli commissionarono una seconda importante pala, la "Crocefissione con i Dolenti", oggi alla Pinacoteca Nazionale di Bologna.
Come ha notato Donatella Biagi Maino la tela faentina rimanda, per similarità di composizione, alla "Vergine in trono e i Santi Crispino, Crispiniano e Gerolamo" collocata nella chiesa di San Prospero di Reggio Emilia entro il 1621. Entrambe queste opere discendono da celebrati prototipi, dall'esempio altissimo di Tiziano mediato dalle prove di Ludovico e Annibale Carracci, come già il Bodmer pubblicò nel 1939. Il ricorso da parte di Guido Reni ad una così dichiarata fedeltà a simili modelli, si trova fino al terzo decennio del Seicento, poichè successivamente Guido Reni si allontanò dai modelli a favore di una più autonoma e personale ideazione compositiva.

(Le notizie per la scheda sono tratte da Donatella Biagi Maino, Guido Reni e i frati cappuccini: storia di una committenza, in "Prospettiva. Rivista di storia dell'arte antica e moderna", n. 47, ototbre 1986, pp. 65-68)