L'opera del Mese.
Il fiasco in Pinacoteca

 
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Il fiasco è un recipiente in vetro, diffuso fin dal 1300, generalmente utilizzato per contenere vino. Nel corso del tempo il fiasco ha avuto anche modifiche, soprattutto nel sistema di copertura dell'erba palustre. Tali modifiche sono documentate anche in tre diverse opere della Pinacoteca.

Interessante è anche la raccolta di opere d'arte che riproducono un fiasco, raccolta dal direttore della Pinacoteca e qui allegata.

Il fiasco nel Cinquecento.

Il fiasco del Cinquecento è documentato nell'opera di Ferrau Fenzoni, Cristo nella piscina probativa, databile al 1600.
In basso a sinistra nella pala è infatti dipinto sopra una piccola panca anche un fiasco.
Come si può vedere nell'immagine a quel tempo il fiasco era diverso da come siamo abituati a vederlo oggi: il rivestimento arrivava fino alla bocca del recipiente, con le cordicelle di stiancia disposte orizzontalmente, e ne esistevano varie misure. C’era il fiasco grande, detto di quarto (pari a 5,7 litri), il fiasco medio, o di mezzo quarto (pari a 2,28 litri) ed infine quello piccolo,
definito di metadella (pari a 1,4 litri).
Scrittori e poeti hanno tramandato la fama raggiunta dal fiasco in epoca rinascimentale. Giovanni Boccaccio lo cita più volte nelle novelle del
Decamerone, definendolo il recipiente ideale per contenere “il buon vino vermiglio”, Leonardo da Vinci e Michelangelo lo elogiano nei loro carteggi, Lorenzo il Magnifico si fa puntualmente spedire dalla madre Lucrezia de’ Medici fiaschi pieni di vino.
La prima documentazione di recipienti di vetro simili al fiasco risale al XII secolo. Il comune di San Giminiano, famoso per le sue torri ma anche per il vino, nel 1275 conferiva ad un artigiano di nome Cheronimo il permesso di aprire una fornace per ” l’arte del vetro”. Era anche, Cheronimo, uno di quei maestri chiamati ” bicchierai ” che costruivano non solo bicchieri , ma fiaschi e bottiglie. E il fiasco era destinato a soppiantare assai presto i contenitori di creta smaltata e di terracotta.
Nelle zone della Val d’Elsa e del Val d’Arno (Empoli, Montelupo Fiorentino) numerosi mastri vetrai cominciarono a produrre oggetti di uso comune, soprattutto bicchieri e fiaschi. Fin dai primi anni del Trecento si diffuse la figura del rivestitore di fiaschi, che impiegava un’erba palustre molto diffusa in stagni e acquitrini. E forse fu proprio il suo abito impagliato a decretare il successo del fiasco come contenitore per il vino.

Il fiasco nel Settecento

Il fiasco riportato nella bella natura morta di Carlo Magini è un fiasco settecentesco, ma assai simile al tipo di fiasco che utilizziamo ancora oggi.
Un primo cambiamento avvenne nel Seicento per motivi legati legali. Per definire l'esatta quantità contenuta nel fiasco veniva stampato un marchio di piombo sul rivestimento di paglia, ma spesso veniva cambiato il rivestimento e la frode era così compiuta. Un decreto toscano del 1629 stabilì l’obbligo di apporre un marchio a caldo (per questo definito Lume di lucerna) sul vetro del fiasco. Il bollo riproduceva la sagoma del giglio di Firenze, e da quel momento i fiaschi cambiarono il loro aspetto tradizionale: l’impagliatura lasciò libero il collo e parte della spalla per consentire di apporre il marchio.
Nel Settecento furono apportate al fiasco nuove modifiche: l’impagliatura fu disposta in fasce verticali, e per renderlo più resistente e adatto al trasporto la base fu rinforzata con una “ciambella” di paglia.
Sulla base di queste due innovazioni il fiasco settecenteso disegnato da Magini ha la paglia a fasce orizzontali fino a poco oltre la metà della bolla di vetro e una robusta base.

Il fiasco nel Novecento

Nel quadro di Domenico Baccarini, dove in un interno è rappresentata la Bitta che allatta la loro figlia, ad adornare la scarna tavola è disegnato un fiasco. Anche questa è una testimonianza dell'utilizzo alquanto diffuso del fiasco nelle famiglie e in tutte le abitazioni.
Il successo del fiasco venne nel corso dell'Ottocento e divenne anche internazionale grazie alle esposizioni internazionali e campionarie di fine Ottocento i produttori toscani presentavano il loro vino nei fiaschi, contribuendo a diffondere la sua immagine ad un pubblico sempre più vasto.
In quel periodo il compito di rivestire i fiaschi con la paglia era affidato soprattutto alle donne: la fiascaia (figura ormai scomparsa, entrata con tutti i diritti nell’albo d’onore dei mestieri eroici al femminile, come la mondina) lavorava a casa la sera e spesso la notte.
Giovani e madri di famiglia due volte alla settimana partivano dal paese o dalle campagne con i loro barroccini, e si recavano alle vetrerie per prendere i fiaschi ed il materiale per rivestirli, facendo mediamente dai 40 ai 50 fiaschi al giorno.
Fu con un fiaschetto di Chianti, offerto dal dottor Winger, che il 2 dicembre 1942 si brindò alla scoperta della pila atomica. L’umile contenitore ha assunto l’importanza di un oggetto storico: adesso è conservato al museo dell’energia nucleare di New York.
Tra le firme degli scienziati presenti, apposte sull’etichetta di quel fiaschetto, c’è anche quella dell’italiano Enrico Fermi.
Negli anni Trenta per tutelare l’immagine del fiasco le aziende vinicole della Toscana ottennero l’emanazione di una legge che proibiva di esportare all’estero fiaschi vuoti: si era giustamente presentito il pericolo che fossero utilizzati senza alcun controllo per contenere vino di scarsa qualità. L’intuizione si rivelò esatta.
La grande fama del fiasco fu anche la causa della sua rovina. In anni più recenti produttori senza scrupoli iniziarono a commerciare nei fiaschi vino di basso livello, nella convinzione che i consumatori lo avrebbero comprato lo stesso proprio grazie alla confezione. Da quel momento l’immagine del fiasco cominciò ad essere abbinata all’idea di prodotto scadente, e il danno fu aggravato ulteriormente quando il rivestimento in paglia fu sostituito dalla plastica.