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Natura morta

 

Sala 2

Natura morta

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Magini Carlo (1720-1806)
Natura morta: zuppiera,tegame,uova e bottiglia
olio su tela, cm. 55x79 + cornice 10 cm., n. inv. 248, lascito Zauli Naldi (1965, n. 44)

La pubblicazione, nel 1990 di una monografia su C. Magini (Carlo Magini, a cura di P.Zampetti, Fano) ci consente di rimandare all’ampia introduzione in cui viene rievocata l’intricata, ma appassionante, riscoperta di questo che è uno dei massimi pittori di Natura Morta di tutti i tempi.
Più che di riscoperta, si dovrebbe parlare di una vera e propria resurrezione: solo nel 1922, più di un secolo dopo la sua morte, in occasione della mostra di Firenze l’apparizione di alcuni suoi quadri consente, grazie alle ricerche di pionieri come G.De Logu, C.Sterling e lo stesso L.Zauli Naldi, di recuperare un nome, un catalogo di opere, ma, anche, la storia stessa della Natura Morta del Settecento Italiano.
Questo dipinto, come gli altri qui esposti, è un emblema della sua maniera, del suo mondo: sono tavole, imbandite o no, piene di stoviglie, posate, cibi pronti per essere cucinati o già da degustare;  spesso compare il cartoccetto delle spezie che un po’ il suo monogramma.
Il tutto sempre sul fondo di una parete spoglia, povera, che fa risaltare gli oggetti, mai disturbati da figura umane, evidenziati da una luce calma e tersa.
Tanta silente ammirazione ha un parallelo di poetica solo nella Nature Morte di Giorgio Moranti, più di un secolo dopo, come già ebbe a notare Cesare Brandi nel 1986.
Questo quadro, precedentemente nella raccolta Ometti, spicca nel catalogo di Magini per un elemento di rado presente, la tovaglia. Sembra appena presa dal baule dove si conserva il corredo in cui è stata riposta con cura: le pieghe forti e nette fanno risaltare l’ombra portata dalla luce che proviene da sinistra con tanta sottile maestria da obbligarci ad avere più di un dubbio, quindi sull’autografia del n. inv. 245, dove al contrario, la tovaglia è un panno pressoché piatto ed uniforme.
Qui, invece, par quasi di sentire tra le dita la trama stessa della stoffa, rude, grossa, “povera” come il mondo dei suoi oggetti.

Notevoli, fra questi, anche la bellissima zuppiera di manifattura pesarese coeva.