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Clicca qui per vedere il video con l'intervista ad Antonio Paolucci fatta nella Pinacoteca Comunale il 5 ottobre 2012

 

 
   

Antonio Paolucci
La Pinacoteca di Faenza piccolo pantheon della pittura romagnola

 
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Testo della conferenza del Prof. Antonio Paolucci tenuta a Faenza il 3 ottobre 1997 nella Sala di Rappresentanza della Banca di Romagna su invito della Sezione di Faenza di Italia Nostra.

Io non so chi ha inventato fra gli amici di Italia Nostra il sottotitolo di questa conferenza: “La Pinacoteca di Faenza: piccolo pantheon della pittura romagnola”. Chiunque sia stato il titolo mi è piaciuto molto e faccio i complimenti a chi lo ha inventato perché è un titolo che sa di antica cultura, di antica erudizione, come quando si scriveva e si diceva (ora non più perché non c’è motivo per scriverlo e per dirlo): “Faenza Atene o Firenze di Romagna”. Era una iperbole retorica, certamente, che però nasceva da una conoscenza e da un orgoglio della cultura locale oggi sempre più difficile da incontrare, a Faenza come dappertutto.
Voglio anche dirvi della ragione (molto personale, molto affettiva) per cui stasera io sono qui avendo accettato con vero piacere l’invito di “Italia Nostra”.
Il fatto è che la Pinacoteca di Faenza è stato il primo museo fra i tanti che le occasioni della vita e le ragioni del mio mestiere mi hanno consentito di visitare con occhi, per così dire, professionali. Io, nativo di Rimini, all’inizio degli anni ’60 studiavo Storia dell’Arte a Firenze con Roberto Longhi. Ero romagnolo e volevo fare una tesi di argomento romagnolo. Il mio maestro Longhi mi affidò come argomento “Gli Zaganelli da Cotignola”. Tutti voi sapete dov’è Cotignola e sapete anche che questo borgo rurale di Romagna è stato fra il Quattrocento e il Cinquecento una piccola, piccolissima “capitale” della pittura del Rinascimento, con i due Zaganelli Bernardino e Francesco e con Girolamo Marchesi. Sono, quelli che vi ho citato, artisti eclettici ed eccentrici, costantemente in bilico fra suggestioni bolognesi e ricordi della grande tradizione ferrarese, fra l’eco mediato di Venezia e la “sirena” classica di Firenze e di Roma, non senza qualche curiosità in direzione tran-salpina, Dürer e i fiamminghi. I pittori oggetto della mia tesi lavorarono in un’area compresa fra Imola a Ovest, Ravenna a Nord Est, Gabicce a Sud. Più o meno l’area della attuale Romagna quindi; un’area che aveva ed ha al suo centro Faenza.
Nell’estate del ’62 – non avevo ancora 23 anni – cominciai il percorso sistematico attraverso chiese, collezioni private e pubblici musei. Decisi di iniziare dalla Pinacoteca di Faenza. Per la prima volta – nell’estate del ’62 – entrai in un museo obbligandomi a guardare i quadri con occhi che volevano essere professionali. Il mio mestiere di storico dell’arte al servizio della tutela è cominciato quel giorno di tanti anni fa nella Pinacoteca di Faenza.
Per capire cos’era il museo di questa città negli anni Sessanta, quali le attese, quali i progetti, conviene prendere in mano il catalogo stampato nel 1964 per iniziativa della Cassa di Risparmio; l’Istituto Bancario che oggi ci ospita che nel frattempo ha cambiato nome ma non ha cambiato, per fortuna, la sua tradizionale attenzione nei confronti del patrimonio artistico faentino. Nel catalogo che ho citato il saggio introduttivo è di Antonio Archi, conservatore della Pinacoteca, le schede sono di Ennio Golfieri. Due nomi – l’uno e l’altro – che non importa ricordare, qui a Faenza.
Ebbene Antonio Archi nella prefazione scrive una frase che conviene ripetere, testualmente. “Come accade per la maggior parte delle collezioni artistiche delle città minori, la Pinacoteca faentina non è conosciuta per quanto essa meriterebbe. E’ il giudizio che di continuo ascoltiamo dai visitatori rimasti stupiti dall’estensione, dalla varietà e dal pregio delle nostre raccolte”. L’orgoglio di un conservatore faentino, Antonio Archi appunto, si esprimeva così. La gente non sa quanto è ricca, quanto è variata, quanto è bella la Pinacoteca di Faenza. I pochi visitatori che arrivano fin qui ne rimangono stupiti. Io registro con orgoglio i loro commenti. Così si esprimeva nell’anno 1964 il responsabile del Museo ed è facile immaginare che dietro quelle parole c’erano progetti, sogni, speranze. Era la tradizione culturale di una città che reclamava visibilità e occasioni per il suo futuro. Le cose, purtroppo, sono andate diversamente. Oggi la Pinacoteca è un’anima morta, ha la spina staccata. Per fortuna nulla è ancora compromesso. I quadri sono ancora per la più parte attaccati al chiodo, ancora abitano l’edificio che da più di un secolo li ospita. Basterà poco, se la città vorrà, perché la Pinacoteca torni a vivere, perché non si interrompa nelle giovani generazioni, il filo prezioso delle memorie. Io sono qui per questo. Per augurare alla città e a me stesso che considero il vostro il mio primo campo “professionale” di ricerca, una rapida riapertura del suo museo storico.
Mi riferisco ancora al catalogo del ’64 a firma Archi–Golfieri per darvi alcune informazioni sulla storia della Pinacoteca: non già perché siano per voi notizie nuove o inedite ma per comodità didattica, per fissare i termini della vicenda storica di cui la Pinacoteca è sintesi e specchio. La Pinacoteca nasce dopo l’unità d’Italia, quindi negli anni ’60 del secolo scorso quando la coscienza ci-vica dei municipi del Regno fa nascere, raccogliendo le sparse membra delle demanializzazioni, le raccolte artistiche locali. C’erano state le confische napoleoniche del 1797 e del 1801 e poi quelle – non meno radicali – del guardasigilli Siccardi il quale dispose (con una legge del 1866 che il partito clericale non esitò a definire “eversiva”) la demanializzazione dei patrimoni appartenuti alle con-gregazioni religiose. Nasceva così in tutta Italia – a seguito di eventi catastrofici che sommuoveva-no dalle radici l’assetto dell’antico regime – la rete dei musei civici. Dappertutto in Italia ma, con densità e frequenza particolare, soprattutto in questa parte centro settentrionale dell’Italia: nell’Emilia Romagna, nel Veneto, in Lombardia, nelle Marche, nell’Umbria. Percorrete la via Emi-lia, da Rimini a Piacenza e troverete in ciascuna delle città piccole e grandi che si incontrano lungo la strada consolare, i musei civici che raccolgono, custodiscono e testimoniano le memorie storiche, molte volte secolari, di quelle comunità ognuna della quali è stata, spesso, una piccola capitale. Queste le premesse storiche generali che stanno alla base della nascita e della vita della Pinacoteca di Faenza. I padri e i custodi storici li conoscete. Sono nomi ben noti a Faenza: Federico Argnani che era un curioso personaggio, un po’ pittore, un po’ dilettante, un po’ studioso di maioliche e poi Valgimigli che è stato un grande erudito conoscitore delle carte d’archivio e poi, attraverso gli anni, fino al già nominato Antonio Archi.
Ed ora entriamo dentro la Pinacoteca di Faenza. La mia sarà una specie di incursione, non altro, affidata alle diapositive che intendo presentarvi in veloce sequenza. La mia intenzione è fare intendere (non a voi che già lo sapete ma ai responsabili dell’Amministrazione) che cos’è, che cosa significa una pinacoteca che, in una città come Faenza, raccoglie sette secoli di storia locale ma anche nazionale ed internazionale. Le diapositive che vi mostrerò toccano le opere più importanti e più note e corrispondono a circa un trentesimo del patrimonio complessivo del museo. Eppure queste opere (lo stesso potrei dire se parlassi della Pinacoteca Di Rimini o di Forlì, di Modena o di Ravenna) sono lo specchio fedele della storia di un popolo, riflettono i caratteri di una vicenda culturale precisa, testimoniano di rapporti e di influenze che vanno ben al di là dei confini municipali o regionali. Insomma in una Pinacoteca come la vostra c’è la storia di una città che è stata una capitale artistica, che ha dialogato con altre capitali, che è arrivata a costruire attraverso una catena di opere e di autori, una sua identità ancora oggi riconoscibile.
Cominciamo allora con le diapositive. Questo è un quadro di Giovanni da Rimini; un piccolo e celebre quadro non più grande di un libro abbastanza grande. E’ databile ai primi anni del Trecento quando la capitale dell’arte per un’area geografica ben più grande della Romagna storica, perchè i suoi confini andavano da Padova a Tolentino, era Rimini. La tavoletta che vi presento testimonia come meglio non si potrebbe quella tenera grazia “ellenistica” (così è stata definita) che è il proprio della pittura riminese di inizio Trecento. Dal cantiere di Assisi Giotto irradia la sua rivoluzione (la scoperta del Vero nella certezza dello spazio misurabile) in tutta l’Italia del centro-nord. Uno dei primi centri di irradiazione è Rimini, uno dei suoi primi seguaci è Giovanni. La tavoletta di Faenza che ora vi presento è il documento prezioso della nascita dell’innesto giottesco nella antica tradizione esarcale della città adriatica e del suo diffondersi da lì lungo la via Emilia, nei centri della Val Padana.
Ecco la prossima diapositiva. Qui siamo in un tempo un po’ più avanzato fra il 1330 e il 1340. Questo è il cosiddetto Maestro del Polittico di Faenza. La mia collega e amica Tambini, che lo ha studiato, potrebbe parlarne con specialistica competenza. Che l’autore di questo polittico sia il mitico Pace da Faenza di cui parla Giorgio Vasari? La questione è ancora aperta e aspettiamo lumi dalle carte d’archivio di cui la Tambini e brava e fortunata esploratrice. Ora però a me interessa dimostrare come questo dipinto anonimo rifletta una temperie stilistica già diversa. La cultura figurativa dominante nella Faenza di quegli anni è ancora di matrice riminese, cominciano a notarsi però anche incursioni espressionistiche che potremmo già definire “bolognesi” . Mentre il ruolo di Rimini declina si impone a poco a poco quello di Bologna e Faenza che sta a metà fra i due poli attrattivi, riflette nell’opera del suo anonimo maestro, la fase di transizione.
Ecco un particolare preso dal polittico faentino in questione. L’ageminatura dorata del manto della Madonna è un dato stilistico riminese (relitto di moduli iconografici bizantini) ma è già bolognese la rustica ed espressionistica marcatura delle fisionomie.
Con quest’altro dipinto siamo già in area esplicitamente bolognese. L’egemonia di Rimini è finita. I riferimenti stilistici, all’inizio del Quattrocento, vanno in direzione di Andrea da Bologna, di Lippo Dalmasio. Vedete bene dunque come attraverso le opere d’arte custodite in un museo sia possibile avvertire le oscillazioni di cultura che interessano il linguaggio espressivo o l’immagine di una città: prima Rimini, poi Bologna, poi sarà il momento di Firenze.
L’egemonia stilistica e culturale fiorentina si impone a Faenza a partire dalla seconda metà del XV secolo. Il vostro bellissimo Duomo ne è la testimonianza più eloquente e non solo perché l’architetto progettista è Giuliano da Maiano. Poco fa sono tornato a visitare il Duomo e, ancora una volta, sono rimasto incantato di fronte ai rilievi dell’arca di San Terenzio. L’autore di quelle meravigliose sculture è ancora anonimo. Io ho sempre pensato però che se Leon Battista Alberti avesse voluto scegliere delle fotografie per illustrare i suoi libri teorici ( il De Pictura, il De Architectura, il De Scultura) certamente avrebbe preso in considerazione l’autore dei rilevi dell’arca di San Terenzio. A tal punto quelle immagini riflettono il concetto fiorentino e albertiano dell’ardine, della misura, della “ornata prospettiva” della “variata mescolanza”. Fra i rilievi dell’arca di San Terenzio e quelli del Rossellino nella cappella di San Savino, possiamo davvero dire che il Duomo di Faenza è un colpo di mano di Firenze in Romagna. E Faenza rimarrà a lungo caposaldo e roccaforte del gusto fiorentino. Lo dimostrano le diapositive che di seguito vi presento; ecco il “San Girolamo” di Donatello databile, probabilmente, al 1457, ecco lo straordinario “San Giovannino” di Antonio Rossellino, già appartenuto a Fra Sabba da Castiglione e prima ancora nella perduta chiesa faentina dei Conversi di Gerusalemme. Ecco l’”Annunciazione” celebre di Biagio d’Antonio stretta nel pugno di cristallo della prospettiva. E’ una pittura che vorrebbe competere – si direbbe – con la matematica, con la geometria. Vengono alla mente Paolo Uccello e Piero della Francesca. Siamo dentro la “visione prospettica” quattrocentesca, che ha in Firenze il cuore ideale, il motore propulsivo.
Ancora un dipinto di Biagio d’Antonio (“genius loci” della Faenza rinascimentale) un dipinto che sappiamo databile, per autorità di documenti, fra il 1483 e il 1484. Chiunque conosca un poco i musei e le chiese di Firenze capisce subito che i referenti ideali di Biagio d’Antonio sono il Ghirlandaio, il Verrocchio, i fiamminghi conosciuti attraverso il polittico di Hugo van der Goes arrivato a Firenze nel 1483. Nei fiori rappresentati da Biagio d’Antonio in questo polittico c’è un eco della pittura europea di quegli anni. Pensate alla velocità dei contatti culturali all’epoca e come sia sbagliato, spesso, parlare di provincialismo nel XV secolo. Un quadro fiammingo dipinto a Bruges arriva a Firenze nel 1483 e subito, a Faenza, c’è qualcuno che ne ha notizia e, direttamente o indirettamente, lo cita, rendendo tempestivo omaggio a un tipo di cultura figurativa veridico-naturalistica in quel momento avvertita come nuova.
Ecco invece un quadro di diversa temperie culturale. E’ stato attribuito a Melozzo da Forlì, ma Melozzo non è. A mio giudizio non è neanche Palmezzano e neppure il ferrarese Leonardo Scaletti. Possiamo inquadrarlo nelle coordinate che vi detto fra “civiltà prospettica” alla Palmezzano e ricordi espressionistici ferraresi. Di più, allo stato attuale degli studi, è impossibile dire.
Palmezzano, quando è al suo meglio, è un grande pittore davvero. Lo dimostra questo mirabile dipinto della vostra Pinacoteca databile fra il 1497-98.
Il percorso attraverso i capolavori della vostra Pinacoteca è affascinate e può riservare emozionanti sorprese. C’è una bellissima “Madonna col Bambino” di attribuzione disputata fra Domenico Morone e Bartolomeo Montagna ed è anche oggi un campo di sfida per gli specialisti. C’è una “Santa Maria Maddalena” del Bertucci (piccolo maestro romagnolo di fine Quattrocento) per la quale, nel 1892, si scomodò da Berlino il grande Bode. Il fatto è che il dipinto aveva una attribuzione al Perugino. Bode ebbe buon gioco nel ridimensionare la paternità troppo illustre. Eppure la presenza del mite peruginesco romagnolo Bertucci dimostra che lo stile ed il gusto si orientavano ora verso il centro Italia, così come accadeva nei vicini centri regionali da Imola a Bologna.
Andiamo velocemente avanti attraverso le opere e gli autori. Ecco il bel ritratto di Luca Martini, forse del Bronzino o forse dell’Allori come propone Andrea Emiliani. Ecco – siamo in piena egemonia bolognese – i grandi quadri del Seicento: i Guercino appassionati e patetici (come questa “Maddalena”) e il grande Tiarini che viene dalla chiesa di Santa Chiara. E’ un dipinto avventuroso, nuvoloso, estremamente romantico e quindi affascinante, almeno per il mio gusto.
E poi come non citare i dipinti di Ferraù Fenzoni, questo straordinario pittore manierista che domina la scena faentina fra Cinquecento e Seicento. E’ un pittore che parte da Michelangelo e da Daniele da Volterra, conosciuti a Roma, per incrociare poi i Carracci e il Barocco, interpretando il Barocco come una variante eccentrica della Maniera. E’ quindi un pittore a suo modo geniale. Quando la città di Faenza gli dedicherà una mostra monografica? Sono sicuro che piacerebbe a molti. A me di sicuro.
Vorrei concludere con Felice Giani e con questo dipinto di Pinacoteca che propongo a sintesi della sua straordinaria carriera. Per me Giani resta un mistero, un affascinante mistero che contraddice – se mai ce ne fosse bisogno – tutti i luoghi comuni sulla provincia italiana. Come si spiega questa splendida meteora che attraversa il cielo d’Italia tra il XVIII e il XIX secolo? I suoi primi studi sono a Bologna nel clima ormai estenuato dell’Accademia Clementina. Poi, a partire dal 1780, ecco l’avventura romana. E’ la Roma di Pompeo Batoni, di Giuseppe Cades e del “Goethezeit”, di Angelica Kauffmann con studio in via Sistina, frequentato dal cotè internazionale di Winkelmann e Mengs, di Hamilton e Benjamin West, vivi ancora i ricordi di Piranesi, di Fussli, di Flaxman, gli occhi e il cuore pieni di Stanze Vaticane, di Apolli di Belvedere, di grottesche manieriste, di affreschi appena scoperti e subito copiati a Napoli, a Pompei. Dentro questo gran fuoco brucia e trasfigura il genio di Felice Giani. Fra gli ultimi anni del Settecento e i primi dell’ Ottocento quel genio, portato dal vento romantico della rivoluzione giacobina e degli entusiasmi napoleonici, ricade sui palazzi di Faenza con fierezza e grazia indicibili in un prodigio di rossi encausti, di bianchi stucchi, di azzurri ghiacciati e di verdi malachite, dispiegandosi in affreschi che sembrano antichi come poemi alessandrini e sono in realtà moderni come odi del Foscolo.
Se palazzo Milzetti è il capolavoro assoluto di Giani a Faenza, è anche vero che affreschi suoi sono presenti in altre dimore private di questa città; nei palazzi Conti – Sinibaldi, Laderchi, Gessi, Naldi, Severoli, Cavina e in altri ancora. Per alcuni decenni (ecco il singolare destino di Fa-enza) la città diventa un centro artistico d’avanguardia.
Scusate la digressione, forse troppo lunga, su Felice Giani. Ma Giani è uno dei pittori che amo di più e con la diapositiva di un suo dipinto si conclude la veloce antologia fotografica da me selezionata per l’occasione di questa sera.
Voglio concludere con una riflessione. Le opere d’arte, come le persone, vivono fino a quando sono “usate” e l’uso delle opere d’arte è il colloquio, il dialogo con la gente.
Un contesto di opere d’arte come la Pinacoteca di Faenza può morire per due ragioni: può morire per degrado fisico perché tutti a questo mondo moriamo, anche i quadri, anche le pitture. Ma questa è un’eventualità abbastanza remota. Io li ho visti i quadri di Faenza e debbo dire che sono tutti più o meno ben conservati, sono solo impolverati perché stanno li da anni. Però direi che sono in condizioni buone anche perché sono stati quasi tutti restaurati in anni abbastanza recenti. Però un insieme di opere d’arte può morire anche perché ci si dimentica che esiste. Oggi c’è ancora una generazione che si ricorda della Pinacoteca di Faenza. I ragazzi che oggi hanno 18-19 anni forse ne hanno sentito parlare, forse qualcuno di loro vuole rivederla, ma i loro fratelli più piccoli probabilmente non sanno che esiste una Pinacoteca in Faenza e forse in futuro non ci sarà chi avrà voglia di spiegargliela come ho cercato di fare io.
Ecco come si inaridisce la storia culturale di una città. Quello che accade qui accade dappertutto in Italia, purtroppo. Stanno piano piano spegnendosi le piccole Atene insieme al declinare dei loro Pantheon artistici; quello che succede a Faenza succede o può succedere con modalità simili a Rimini, ad Ascoli Piceno, a Lucca o a Pisa. E’ una deriva molto preoccupante perché minaccia di offuscare a poco a poco quella che è stata la storica specificità dell’Italia; intendo la pluralità del-le culture, delle tradizioni, financo dei dialetti. L’Italia è sempre stato quel meraviglioso paese dove bastava fare 10 o 15 km, attraversare un fiume o una catena di colline e subito cambiava la gastronomia, cambiava la lingua, cambiava il carattere delle donne e degli uomini, cioè cambiavano le cose fondamentali della vita, quelle cose che poi diventano poesia, pittura, colore delle pietre, intonaci, forma visibile dell’urbanistica, dell’arte. Ecco perché la Pinacoteca di Faenza bisogna riaprirla e riaprirla dove era e come era nel Palazzo che era degli studi, dove i relitti della storia faentina qualcuno, in passato, con sapienza e pazienza ha voluto raccogliere.