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A destra del salone d’ingresso e nella parete di fondo vi sono le sculture dei primi decenni del novecento a documentare in particolare l’attività dei faentini Domenico Baccarini (1882-1907), Ercole Drei (1886-1973) e Domenico Rambelli (1886-1972). Si tratta di autori che hanno avuto la stessa formazione, presso la locale scuola comunale di disegni all’inizio del Novecento, e che sono sempre rimasti in buoni rapporti d’amicizia.
Le sculture di Baccarini presentate documentano questa attività del giovane artista già definito da Gino Severini, che lo conobbe ventenne a Roma, «scultore romagnolo» che «faceva bellissimi disegni». Dalle opere esposte, realizzate tutte dal 1900 al 1905, risalta la capacità esecutiva attenta al verismo ottocentesco, funzionale al monumento celebrativo e portato anche in lavori di fruizione domestica. Oltre al Busto della madre, già maturo lavoro dell’artista appena diciottenne, e ai ritratti dell’amata Bitta l’opera più significativa appare Pensiero dove come ha scritto Claudio Spadoni per la grande mostra a cento anni dalla morte dell’artista, «i riferimenti alla scultura verista qui si addolciscono nella morbidezza della plastica con cui è modellato il volto assorto della giovane donna, la sorella dell’artista, come colta in un attimo di malinconica meditazione».
Ercole Drei è scultore fedele alla tematica classicista legato a quei valori di forma e qualità provenienti dal mondo classico greco e romano tanto che per lui «neanche il grande Rinascimento ha superato la solenne bellezza della pittura pompeiana». Tra le opere in mostra, dove è evidente la formazione legata al naturalismo veristico ottocentesco e il legame alla classicità, è particolare l’Autoritratto, esposto nelle celebrazioni torricelliane del 1908, elaborato nel voluto contrasto tra la materia lasciata grezza e l’affiorare centrale del volto definito in modo esemplare. Al termine della mostra sul Liberty, tenuta a Forlì fino al giugno 2014, è stato deciso di esporre anche un'latra importante opera di Drei, la Cassandra.
Al termine della lunga parete d’ingresso e nella parete di fronte all’ingresso è visibile una rassegna delle opere di Domenico Rambelli. Vi sono le prime opere giovanili come L’uomo malato, del 1905 e il Ritratto del pittore Antonio Berti, che gli fu maestro nella scuola di disegno, presentato alla biennale del 1907. Si tratta di due opere che uniscono al verismo dell’immagine un segno forte, più frantumato nell’uomo malato per far emergere la sofferenze fisica e più lineare e robusto nel ritratto del maestro, eseguito anche per esprimere riconoscimento, non nascondendone l’autorità quasi paterna. Due opere dei primi anni Venti come Popolana che canta e Il conquistatore evidenziano la ricerca verso una sintesi delle linee con capacità di dare maggior forza al movimento che si intende esprimere. Specie nella falcata e nella torsione del busto del conquistatore sono evidenti anche suggestioni della scultura di Umberto Boccioni. Due bronzi, Il Marinaio morente e Il Fante morente, realizzati negli anni 1925-27 in preparazione al Monumento ai caduti di Viareggio, riprendono la trattazione realistica popolare rilanciando forme primitive e arcaiche che, in versione rinnovata e contemporanea, superano da un lato le implicazioni prettamente spiritualistiche dell’atteggiamento simbolista e, dall’altro, rinnegano l’eccesso di verismo e psicologismo. Nel Ritratto di Myrtia Ciarlantini, opera del 1929 si completa una nuova sintesi dove alla consistenza della materia corrispondono valori arcaici di una bellezza primitiva.
Oltre alle due sculture di Auguste Rodin, completano l’esposizione della scultura del Novecento due opere di Angelo Biancini (1911-1988) del 1934, anno della sua prima partecipazione alla Biennale di Venezia.
 

1. Domenico Baccarini, Busto di donna con mani giunte (pensiero), terracotta patinata, [1900]
2. Domenico Baccarini, Busto della madre (Maddalena Bassi), terracotta, [1901]
3. Domenico Baccarini, Busto della nonna (Maria Liverani), terracotta, [1901]
4. Domenico Baccarini, La Bitta, gesso, 1904
5. Domenico Baccarini, Bacio materno
6. Domenico Baccarini, La Bitta con le mani incrociate, bronzo, [1904]
7. Domenico Baccarini, La folla [Popolano], terracotta patinata, 1902
8. Ercole Drei, Atleta, gesso, 1908
9. Ercole Drei, Salomè, gesso, 1910
10. Ercole Drei, Autoritratto, marmo, 1908
11. Ercole Drei, Brezza
12. Domenico Rambelli, L’uomo malato [o] l’incurabile, gesso e bronzo, 1904
13. Domenico Rambelli, Ritratto del pittore Antonio Berti [o] Il mio maestro, gesso e bronzo, 1923
14. Domenico Rambelli, Busto del Conte Carlo Zanelli Quarantini, 1908, gesso, 95x79x72
15. Domenico Rambelli, Ritratto di Antonio Beltramelli, bronzo, 1908
16. Domenico Rambelli, Popolana che canta [o] il canto, bronzo, 1922
17. Domenico Rambelli, Il fante morente, bronzo, 1925-27
18. Domenico Rambelli, Myrta Ciarlantini, bronzo, 1929
19. Domenico Rambelli, Il conquistatore, gesso, 1923
20. Domenico Rambelli, Il marinaio morente, bronzo, 1925-27
21. Domenico Rambelli, Busto di Anna Reumart, marmo, 1907-1908
22. Domenico Rambelli, Ritratto di Titti Papini, gesso,
23. Domenico Rambelli, Figlia di Eva, gesso
24. Domenico Rambelli, Il fante che dorme, gesso
25. Ercole Drei, Cassandra, gesso
26. Angelo Biancini, Il fabbro, gesso patinato, 1934
27. Angelo Biancini, Ritratto di giovane donna, bronzo, 1935
28. Auguste Rodin, Ritratto della moglie Rose Beuret, bronzo, [1908]
29. Auguste Rodin, La signora Russell, bronzo, [1908]
30. Domenico Baccarini, La Bitta che allatta Maria Teresa, olio su tela, cm. 50,5x61, [1904]
31. Domenico Baccarini, L'umanità dinanzi alla vita [Le passioni umane], olio su tela, trittico pannello sinistro cm. 241x101, pannello centrale cm. 198x302, pannello destro cm. 241,5x102, [1904-1906]
32. Domenico Baccarini, La vecchia che fila, Olio su legno, cm. []
33. Domenico Baccarini, La Famiglia in lutto (La strada), olio su tela, cm. 71x50, [1903]
34. Domenico Baccarini, Autoritratto con sottana, olio su tela, cm. 120,5x80, [1905]
35. Domenico Baccarini, Ritratto della sorella Giovanna (L'attesa), olio su tela, cm. 100x60, 1903
36. Domenico Baccarini, Fanciulla tra i gigli, olio e pastello su tela, cm. 120x59,5, [1906]

Completa le opere esposte in sala una selezione di dipinti di Domenico Baccarini. Di grande impatto è sicuramente il trittico l’umanità di fronte alla vita, ovvero le passioni umane, opera iniziata nel 1904 e rimasta incompiuta a segnare lo sforzo maggiore per un’opera di grandi ambizioni. Un’umanità nuda e dolente è protagonista nei diversi pannelli, con corpi di moderni dannati immersi in un’atmosfera sinistra e in uno spazio indefinito, dove l’unico volto ben definito è quello della Bitta al centro del cerchio nel pannello centrale. «C’è un’eco di drammaticità michelangiolesca in quei nudi terrosi che s’accalcano come figure di un girone dantesco» – ha scritto Claudio Spadoni nel catalogo generale dei dipinti da lui curato insieme a Stefano Dirani – definendo l’opera «intensa anche se incompiuta» che «si potrebbe intendere come una sorta di testamento spirituale».
Altra opera non finita che ha avuto necessità di un restauro è la famiglia in lutto (la strada), databile al 1903. «Traspare da questa tela – ha scritto Orsola Ghetti Baldi – l’assimilazione da parte di Baccarini delle indicazioni del simbolismo-espressionismo più avanzato; l’impaginazione dell’insieme e i personaggi rappresentati ci ricordano, nella loro allucinata fissità quelli di E.Munch, archetipi come questi di Baccarini di una condizione umana universale, prototipi psicologicamente emblematici». Rimando a Munch che Spadoni ha precisato parlando di «pacatezza di racconto umanissimo, senza complicazioni ossessive».
Proprio con un rimando a queste due opere, commentate nella mostra di Ravenna, Renato Barilli ha scritto che «non è possibile in alcun modo, anzi è da considerarsi addirittura fuorviante menzionare il clima simbolista» per Baccarini. «I simbolisti – continua Barilli – cercavano consolazioni mistiche, facendo in modo che i tratti del volto evaporassero nel cosmo, mentre il Baccarini fruga, scava con furore entro i tratti fisionomici, si tratti dei suoi propri, o dei familiari, madre, sorella, e in particolar modo la donna amata, la Bitta. O se si allontana dalle singole immagini per darci scene di gruppo, anche qui non ci sono consolazioni, bensì duri referti su una consolazione esistenziale, su un “male di vivere”, come risulta da la famiglia in lutto, e più ancora da L’Umanità dinanzi alla vita, dove i corpi si agitano, si accalcano, facendo spettacolo delle loro stesse anatomie pesanti, ossessivamente esibite. Da qui si può fare un collegamento con quel grande espressionista avanti lettera che fu Picasso, quando ancora lavorava a Barcellona, prima di trasferirsi a Parigi e di raffinare il suo linguaggio dando luogo ai periodi blu e rosa».
La Bitta che allatta Maria Teresa è la terza opera restaurata per l’occasione, sempre grazie al Museo d’Arte di Ravenna. E’ una delle molte opere (disegni, dipinti, plastiche), in cui Baccarini ritrae la sua compagna-modella Elisabetta Santolini, la Bitta, dandocene di volta in volta ritratti venati di sensi espressionistici o simbolici. «Colpisce di questa immagine di intimità domestica – ha scritto Sauro Casadei – la forte componente espressiva incentrata sullo sguardo intenso della Bitta e sulla macchia di rosso che, occupando tutto il centro del quadro, mette in secondo piano e quasi annulla le notazioni descrittive del povero interno».
A rappresentare la lunga serie di autoritratti viene proposto quell’Autoritratto con sottana, databile 1905, in cui l’artista si è ritratto a mezza figura con un paio di pantaloni nella moda degli ambienti artistici del periodo.
Completano l’esposizione due ritratti femminili. Il ritratto della sorella Giovanna, ovvero l’attesa, del 1903 che risente ancora della derivazione naturalistica ottocentesca dalla scuola di Antonio Berti o dell’influenza dei toscani, dal Fattori a Lega anche se già si evidenziano, specie nel volto della sorella, aspetti della tecnica della divisione filamentosa del colore, sperimentata in altre opere dello stesso anno, e se si viene a delineare una nuova solidità nella struttura dell’opera tra la compattezza della figura ritratta e lo sfondo dove una riproduzione di quadri dell’artista crea blocchi geometrici. La fanciulla tra i gigli, databile 1906 ha una suggestiva impaginazione con il suo diffuso rosato reso più intenso dal motivo dei gigli sul fondo e la donna, avvolta in fluide vesti, colta in atteggiamento mistico. La figura in primo piano ricorda le donne- angelo ritratte da altri artisti contemporanei, come Leonardo Bistolfi (1859-1933) e domina su uno sfondo lasciato come autonomo principio decorativo. L’insieme dell’opera è risolto, secondo Orsola Ghetti Baldi, «in un cromatismo dai toni pastello che ben si addice al languore romantico simbolico» della scena.